il giornalismo e i suoi effetti collaterali

martedì, 16 novembre 2004

bella blog!
oggi ho perso ogni riguardo per la forma, ho il cervello in fusione e non mi va di fare l'affettata, perdono.
stavo strippando oggi pomeriggio: si minacciava interrogazione di storia dell'arte, mi mancavano molte spiegazioni causa assenze di varia natura...si preannunciava il chiusone in casa per studiare tutto e subito...si preannunciava, poi la manna dal cielo è piombata a salvarmi da botticelli, piero della francesca e leonardo da vinci (quest'ultimo,dopo la dama con l'ermellino vista a Cracovia e la successiva fregatura sentimentale che ci ho preso, posso vederlo sempre meno...meglio, mi sono risparmiata un po' di paranoie...!).
la manna dal cielo oggi aveva nome annamaria, che mi ha proposto il diversivo giusto per domani: invece di andare a scuola dovremo vederci a casa di flavia per completare il lavoro su auschwitz da consegnare prima possibile al prof. scaglia (scagliarini, scaglia per noi amici, dopo il viaggio in polonia!), siamo a dir poco fuori tempo massimo...di fronte a una questione di primaria importanza come questa ci siamo dovuti arrendere a pisciare scuola domani (ma che dolore...non sapete quanto ho pianto all'idea...!).
tutto qui, per ora non aggiungo altro, tranne che il cellulare è sempre troppo silenzioso per i miei gusti, e che la festa di diciotto anni di valeria si avvicina...dovrò attrezzarmi per l'acchitto adatto e il regalo collettivo...(il livello oggi E' basso, il tenore dei miei discorsi E' basso...no, non avete letto male, oggi il mio tenore è questo, dopo aver copiato articoli sull'olocausto e la shoah in tutte le salse, dopo aver rivissuto attimo per attimo foto per foto concetto per concetto tutto il mio viaggio ad auschwitz, no, non pensate di leggere il diario di saffo, leggete il mio, dopo tutto questo).

ci scusiamo per l'interruzione, le trasmissioni riprenderanno al più presto possibile.






postato da frafrettina alle 21:09 | link | commenti (2)
welcome to my world
lunedì, 15 novembre 2004

Sensazioni in fumetteria.

Caro Giacomo,
ho la certezza assoluta che non leggerai queste parole e per questo parlerò sinceramente, senza remore e paura di ferirti, di riaprire capitoli dolenti della tua vita.
quando è morta tua madre non ti conoscevo affatto.
comunque, in quanto tua compagna di classe e tra le poche persone a roma in quel momento durante l'estate, sono venuta ugualmente ai funerali. il mio primo funerale.
in quel momento, nel vedere la tua faccia di ragazzo viziato e senza pensieri trasformarsi in quella fosca e consapevole di chi sta affrontando il lato brutto e nascosto della vita, ho pensato che era un peccato non essere tua amica, anche solo per starti vicino in una circostanza in cui forse avrei potuto darti una mano, non so come.
mi è davvero dispiaciuto non avere con te la confidenza che hai con altri, perchè ero lì, per la stessa ragione di questi altri, ma era come se non avessi il diritto di aiutarti come loro, perchè praticamente eravamo due estranei.
non parli mai di tua madre. se non a una o due persone, in momenti rarissimi.
posso immaginare il male che stai covando dentro, traspare, emana da quel che sei diventato dopo che lei se ne è andata. le canne non sono il rimedio, e non lo dico da bacchettona o da moralista, lo dico perchè ti stai autoditruggendo, ti butti via senza lasciare agli altri la possibilità di trascinarti fuori dal tuo nuovo atteggiamento, addirittura fumi con tuo fratello, gli fai fumare dalle tue mani quella merda per cui adesso sembrate due amici del cuore. mi dispiace. ma non solo per questo.
mi è dispiaciuto non avere confidenza con te anche in altre situazioni. intendi, non per motivi frivoli, quanto perchè chi mi conosce sa che ho affrontato una situazione simile alla tua lo scorso anno: mia madre è stata molto malata, e non sapevo se mi sarei ritrovata nella tua condizione. e avevo paura, e avrei voluto dirtelo "Giacomo, sto passando quello che hai passato tu: ti capisco/ti sono vicina, se vuoi sono qui /aiutami a non abbattermi".
e non l'ho fatto. per rispetto nei confronti delle tue cicatrici non rimarginabili, per rispetto del nostro non-rapporto, perchè non ne avevo la forza, perchè non ce n'era motivo in fin dei conti.
spero che tra noi le cose cambino. perchè sei un ragazzo che sa dare molto, e non voglio permetterti di rovinarti. e perchè, dati questi trascorsi, che, grazie al signore, nella mia esperienza non hanno condotto al peggio, ti sento molto vicino, in maniera vera e non per convenienza. ti capisco più di quanto tu possa credere.
ho avuto paura di non guardare più mia madre negli occhi. conosco l'odore freddo e desolante del terrore, quello vero, quello dell'impatto con la vita vera, quella tragica che non pensi possa accadere a te. e poi ti scoppia tra le mani.
per questo ti voglio bene senza sapere chi sei, e spero che crescerai, digerirai e ritornerai la persona positiva che eri, non l'ombra di te stesso in cui a volte ti vedo, imbronciato col sorriso inconsapevole della vittima delle circostanze.
tira fuori la grinta perchè ne hai. perchè l'ho tirata fuori anche io in momenti simili ai tuoi, in cui non ha la certezza che la tua vita resti la stessa dall'oggi al domani.
ti prego, usa il cervello e smettila con la serie interminabile delle cazzate che fai.
non lo dico per dare giudizi, ma perchè mi ci sarei buttata a capofitto anche io pur di non soffrire, ma non si fa così, è da vigliacchi.
spero tu abbia seguito il mio discorso. per quello che anche io ho sofferto ti sono più vicina di quanto pensi.
a domani (sempre che tu non decida di fare sega...).

Francesca.


















postato da frafrettina alle 22:50 | link | commenti
welcome to my world

Promemoria per me

domani entro alle dieci, ho un'ora di buco ed esco alle 2.
poi avrò inglese dalle 7,15 alle 8,30.
già mi sento stanca così.
scriverei altri 20 anni in cambio.




postato da frafrettina alle 22:27 | link | commenti
cavolate e dintorni

Auschwitz. The Sound Of Silence.

Dedico la pubblicazione di questo articolo ancora inedito a chiunque passi di qua e abbia voglia di leggerlo, ma in particolare a due miei amici, per i quali mi auguro che esso possa assumere un significato particolare, più profondo, più vero. non retorico.

Questo è per Claudia, che ha vissuto la stessa esperienza un anno prima di me e che prima che partissi mi ha dato tanto del suo, non lasciandomi sola.
con la speranza che sia in grado di rivivere anche in minima parte le emozioni che ha provato nelle mie poche righe frastornate e genuinamente confuse.
(aspetto un tuo commento sister!).
E per Ruggero (vediamo se e dove ti rileggerai, se e dove rivivrai te stesso nelle mie parole. ti avevo annunciato una citazione testuale, cercati e dimmi se ti ci ritrovi), mio compagno di avventura, col quale ho vissuto momenti sospesi fuori dal tempo e dalla ragione, condiviso lo stupore e l'incredulità più grande mai provata, col quale ci siamo sostenuti a vicenda tra i dubbi e le domande che sappiamo non troveranno mai risposta.
e ancor di più, col quale raccontarselo ancora tutto da capo ha più senso che dirlo a chi è falsamente interessato o frenato dal capire davvero, per via di una strana quanto preoccupante incomunicabilità di sentimenti.
La frontiera dell'aver o non aver visto quei luoghi, aver o non aver sentito i brividi di freddo (psicologico più che reale) penetrare fino alle ossa camminando per i vialetti di Auschwitz 1 crea un abisso di distanza tra noi e gli altri, ora.
la mia percezione della cosa è questa, mi sento una sorta di membro di una congrega di visionari, convinti di aver visto gli alieni. Tra di noi ha una logica parlarne, parlarne e riparlarne, nel tentativo di metabolizzarlo. Con gli altri non è lo stesso. La disposizione d'animo non è la stessa, e non è colpa di nessuno. è così, punto e basta.

Questo è per il sole che a Birkenau non scalda, fa solo ribollire la rabbia e alimenta la disperazione per la nostra stupidissima impotenza nei confronti ciò che è accaduto.
Questo è perchè non c'è ragione, solo sgomento.
Questo è per gli incubi che ho avuto il giorno che ho visto sviluppati i rullini scattati in viaggio.
Questo è perchè nessuno, NESSUNO si permetta di dimenticare, o anche solo di voltare le spalle, di non informarsi, di non voler sapere. troppo comodo, devono sapere tutti.

PS: Siate buoni con le mie emozioni, sono ingenue al punto di sembrare sciocche, ma sfido tutti a mantenere un barlume di ragione dopo una giornata trascorsa ad Auschwitz.
Buona lettura.

Francesca.

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Oswiecim, sulla strada per Cracovia,
20 Ottobre 2004

The Sound of Silence

Ci siamo appena lasciati Auschwitz alle spalle.
Ripenso alle parole pronunciate ieri dal sindaco Veltroni nella sinagoga Tempel, a Cracovia: "Domani, se vi andrà di buttar giù le vostre emozioni sul pullman, in albergo, di scriverle, vi resterà qualcosa di importante e di prezioso".
E così faccio, spinta da nient’altro che dai miei pensieri, che si affollano in testa, si accavallano, si scavalcano e si sovrappongono.
Qualcuno ha detto "Dopo Auschwitz nulla sarà più come prima".
Probabilmente. Ora, per me, è presto per dirlo, perché mi sento confusa.
Scaccio il vocio di sottofondo, le risa da gita scolastica, le interferenze esterne, attraverso la musica: "The sound of Silence", di Simon and Garfunkel, ripetuta ininterrottamente.
Il suono del Silenzio. Questo è il suono di Auschwitz.
E ora sono qui a raccontarlo al diverso silenzio del foglio bianco, da squarciare di impressioni ancora incerte.
Riguardo gli appunti presi nella giornata, alla pagina accanto qui nel mio quaderno: "Non era qua. Non era qua. Non era qua.". Le uniche parole che ho voluto scrivere.
La mia compagna di stanza Annamaria, seduta qui accanto, ha appena finito di sfogliare l’album di "ricordi dell’orrore", le pubblicazioni acquistate al campo, descrittive di qualcosa che non si può, nemmeno volendo, descrivere.
Tante esperienze convogliate in questa avventura all’insegna della trasmissione della memoria. Ragazzi con cui ho scambiato opinioni, impressioni, persone che in un attimo ho visto passare dal sorriso alla meditazione, all’elaborazione profonda di quello che si avverte nell’aria nervosa, pesante, impolverata degli anonimi vialetti di Auschwitz 1, battezzato dall’insegna secondo cui "Arbeit macht frei".
Mi sento come un unico fascio di muscoli contratti, una bomba destinata ad esplodere in un secondo momento. Auschwitz è appestato da un male silente, da un odore inestricabile di dolore, ingiustizia senza ragioni, orrore (nel senso di disgusto, ribrezzo, paura di camminare su quella terra smossa e sanguinante con il passo di chi non ne ha diritto, forse), preoccupazione.
Auschwitz è pieno di spiriti, di sguardi disperati e inquisitori (le foto segnaletiche scattate ai deportati, esposte, in parte, in un infinito corridoio di uno dei tanti Blocks tutti uguali) che ti scrutano ricordandoti che tu sei vivo e sicuro della tua condizione di "passaggio" attraverso il luogo che per loro è stata l’ultima fermata dell’ultimo treno preso.
Mi sentivo e mi sento congelata, non dal vento che si dice batta sempre sul campo (a cui oggi, almeno il tempo atmosferico, sembra aver concesso una giornata di grazia), ma da me stessa.
Dall’essere lì, sana e salva, tra giornalisti sciacalli e onnipresenti, pronti a strumentalizzare la nostra occasione di conoscere così da vicino una parte del cosiddetto universo concentrazionario, e le mie non-reazioni.
Avrei avuto una facile possibile scappatoia per liquidare il tutto senza pormi domande, senza tormentarmi ancora per chissà quanto, prima di capire: avrei potuto scoppiare in un pianto dirotto, liberarmi dei miei "ma come è possibile?" ancora insoluti. Battermi il petto di fronte a tanto MALE, scritto a lettere capitali.
Avrei potuto farlo ma non mi è venuto spontaneo, le lacrime non c’erano, non c’era altro che incredulità tumorale, costretta ad arrendersi all’evidenza della cronaca, degli oggetti, delle masse di capelli, scarpe, protesi, vestiti, suppellettili, effetti personali appartenuti ad una sparuta minoranza degli Stucken dissoltisi, nel vero senso della parola, nei forni di Auschwitz e Birkenau.
Tutto parla ad Auschwitz, tranne Auschwitz stesso.
Circolare per le stradine troppo ordinate, asettiche, sospese fuori dal mondo, da un mondo che però si trova a pochi chilometri di distanza (chilometri lunghi vite intere) e pensare il contesto diverso da un complesso di palazzi insignificanti era quasi impossibile.
Eppure tutto, TUTTO è accaduto lì.
Era proprio lì.
E non ci posso pensare.
Un ultimo flash di razionalità, una visione più felice, a farmi ben sperare, a darmi il coraggio, e a darmi il tempo di comprendere: a Birkenau, stranamente, ora cresce l’erba.
Non più la fanghiglia insolente contro cui le migliaia di indifesi spettrini a righe combattevano inzaccherandosi le uniformi della morte, non più quell’unico panorama informe e melmoso che tutti gli sguardi bassi dei deportati incontravano, alla disperata ricerca di qualcosa nascosto in terra.
A Birkenau cresce qualcosa.
Inizialmente mi sono chiesta con quale pudore, con quale rispetto anche la natura contribuisse a cancellare, a rosicchiare la pagina più nera della Storia, fagocitandola dentro un manto di nuovo, di vita, laddove la vita non esisteva, e non dovrebbe avere l’insolenza di ripresentarsi. Poi ho pensato a noi tutti, radunati in quegli spiazzi, tolti, seppure per un brevissimo lasso di tempo, dalla nostra quotidianità rassicurante per conoscere il più temibile dei destini umani.
La vita irrompe a Birkenau.
Noi abbiamo ravvivato quell’oasi desolata, per un po’, e lei, e tutto quello che contiene e che ha visto accadere, ha rafforzato noi, ci ha responsabilizzati.
Un passo in più. Per noi e perché nessuno, attraverso noi, dimentichi.
Non ho mai sentito più giusta e vicina l’affermazione "che non si ripeta più".
Mai più.
Ora che lo sappiamo è nostro dovere adoperarci per questo: per la libertà che non c’è più stata su quella terra maledetta da tutti gli dei;
per la valorizzazione delle differenze che lì venivano annullate, svuotate di senso e di anima come le persone venivano private del loro nome e della loro dignità.
Per questo e per tanti altri cancri che ammalano il nostro mondo di ora dobbiamo ricordare. Memento. Questo mi ha detto Auschwitz.













































postato da frafrettina alle 18:55 | link | commenti
i miei articoli

Dal Tortuga a tutto il resto

mah.

volevo partire con delle considerazioni inutili sulla giornata che sta trascorrendo.
della serie, proficua, di riposo, non ancora finita.
scioperi: ottima occasione per fare altro da quel che si fa sempre.
no, non sono stata a manifestare, e non mi giustificherò con voi. la politica mi fa schifo e paura, i miei ideali non stanno da nessuna parte, forse perchè non ne ho affatto, e non mi vergogno a dirlo. meglio astenermi dignitosamente dallo struscio fintoimpegnato per le vie del centro.
al centro ci sono stata, sì, ad accompagnare un mio amico a ritirare dei referti medici all'ospedale san giacomo.
poi sono stata a scuola, lezione di coro più breve del solito perchè il maestro ha mandato la sua assistente a farci ascoltare il nostro nuovo programma di brani creoli. preferivo quelli dello scorso anno a dirla tutta. ma comunque dò tempo anche alla musica di piacermi di più. come questo spaccamento di timpani che al momento suona dalla stanza dove mia sorella non so cosa stia facendo al ritmo di S.John degli Aerosmith, la loro musica sembra essere la sua passione più grande.

mah.

dopo il coro abbiamo piegato al tortuga, il bar del nostro liceo per definizione.
per gli studenti del giulio il cappuccio con la crema è un'istituzione, almeno quanto la pizza di agostino (con tutti i suoi ingredienti non ben identificati...fa parte della follia dei giovani lanciarsi all'assaggio di tutto, sprezzanti del pericolo. si sa tanto, quel che non strozza ingrassa, quindi perchè angosciarsi!).
e insomma, stare seduti al bar con due amiche fa bene. mi rilassa molto, chiacchierare di tutto e di niente, salutare chi entra, vedere sigarette accendersi, consumarsi ed essere spente proporzionalmente alla lunghezza dei discorsi [io non fumo, ndr!]. è un momento per noi, e mi piace molto.
il tortuga normalmente è un crocevia di soggetti, di personaggi che fanno tutti parte, in un modo o nell'altro, dell'esperienza scolastica che sto vivendo.
sarà per la sua tacita importanza che alla fine, per un caso o per l'altro, riesco a portarci tutte le persone a cui tengo, come anche quelle che mi ispirano maggiormente e a cui spero di poter tenere in futuro.
e nello stesso tempo, seduti ai tavolini, a seconda del periodo e delle avventure che rievoco, rivedo i fantasmi delle mie giornate passate, bei ricordi e brutti momenti indistintamente.
vedo la preoccupazione per un compito difficile, vedo uscite organizzate da una fiumana di noi che chiacchieriamo animatamente unendo tavolini su tavolini come in una mensa (per la gioia delle bariste, non tutte simpatiche e ben disposte verso il mondo a dirla tutta);
vedo situazioni spiacevoli, come parlare del giornale a mo' di carboneria ed essere circondati di possibili spie della concorrenza, vedo saluti fatti sforzandomi, vedo motorini avvicinarsi al marciapiede con in sella persone che mi mettono a disagio.
vedo diverse stagioni, riunite tutte lì, vedo amici che sono all'università tornare come ai vecchi tempi, vedo le belle compagnie che sembravano divertirsi a cui la mia classe, che amo e odio ad ondate, invidiava la coesione, la goliardia, la spensieratezza.
vedo ragazzi che ho avuto, vedo coppie lasciarsi e ragazzi che si avvicinano velatamente (del tipo che tanto te lo senti che finiscono a fare qualcosa, prima o poi...), sento silenzi imbarazzanti e risate fragorose.
vedo l'abbronzatura estiva delle mie compagne, i tagli freschi di parrucchiere, le tinte appena fatte e sfoggiate con orgoglio e poi le spellature, le doppie punte e le lamentele per le ricrescite del mese successivo;
vedo chi legge miei articoli e mi sprona a farmi valere, rivivo l'aria pesante conseguente al succedere di fatti tremendi, la morte di qualcuno, per esempio.
è tutto lì, nell'euro-e-venti di cappuccino che paghiamo ormai come fosse una tassa supplementare per la difesa della nostra integrità, del nostro vivere quotidiano di liceali, che tutti sappiamo, durerà un niente.
Lo assaporo sugli orli delle tazzine da cui hanno bevuto generazioni di noi ragazzi, e probabilmente tutti i miei amici, nemici e conoscenti di ora.
questo è bello. è una di quelle cose che mi terrò strette, finchè campo.

mah.

al momento sono qui e vi parlo di quello che mi è successo, ma prima di decidermi a farlo ci ho pensato su...volevo quasi evitarlo. poi sono incappata nelle parole di una mia amica, leggiucchiando qua e là il suo blog...
cito testualmente:
Sì lo so: vi devo seriamente delle scuse.
Vi ho abbandonato per giorni, fingendo a me stessa più che a voi di non aver niente da dire. Menzogna, menzogna spudorata. Ho evitato il rischio di scrivere, anzi di scrivermi, direbbe Derrida. E tanto di cappello: i filosofi hanno (quasi)
sempre ragione.
ecco. se non mi fossi fermata a leggere, probabilmente mi sarei trovata a scrivere qualcosa di simile tra qualche giorno. volevo evitare il rischio di scrivere, appunto, per non stare un pomeriggio intero a sfogarmi su questa tastiera -che potesse scegliere, preferirebbe reincarnarsi in tutt'altro piuttosto che subire le mie mitragliate di parole per chissà quanto ancora.
da dire ho molto, e non sempre la sintesi mi assiste.
continuando con le sue parole ho capito come mai io e lei ci prendiamo tanto,
E' che... fondamentalmente....beh, stasera ve lo dico: sono stufa. Sono stufa di essere stufa di tutto, stufa di essere così curiosa della vita da esaurire in breve la mia curiosità del momento ancora più avida di curiosità sempre nuove, stufa dei pochi stimoli che questa società (quasi?) tutta uguale ti propone [...] stufa delle persone preziose da rincorrere per non perderle (ah no: io ho deciso. Perdo tutti, piuttosto: chi mi vuole mi cercasse).
non trovo una parola che discordi dal mio pensiero del momento. spero solo di non essere nell'elenco delle persone "preziose", che lei lo abbia detto per tirarmi un po' le orecchie?
e continua a farmi sentire come la sfera della sua biro, come un'emanazione vivente del suo inchiostro anche nelle frasi successive (sì, questa ragazza ha talento da vendere):
…Ma forse stasera sono soltanto preda di un improvviso nichilismo esasperato (ed esasperante). Forse annego nell’attesa che questo benedetto cellulare si decidi a far lampeggiare sul display quell’unico numero non registrato che davvero m’interessa.

mah.

in realtà non so, non sono certa di avere un numero di cellulare ben preciso da voler vedere lampeggiare sul mio display, comunque ho vissuto questo stato di "nulla isterico e compulsivo" sulla mia pelle più e più volte.
non è affatto piacevole, il mio umore ondeggia e barcolla tra questo atteggiamento di nervosismo immotivato e furioso e una carica di positiva voglia di fare, di entusiasmo, di euforia non sempre domabile. è difficile gestire responsabilmente due fluidi tanto forti e contrastanti tra loro. il dato di fatto è che convivono nel mio corpo e tra di essi mi barcameno. e in questi casi, quando non si sa bene, non si avverte con decisione quale sia la condotta da adottare tra le due sopra elencate, ci si mette anche il cellulare a fare silenzio. dà sui nervi.
forse un numero che vorrei mi contattasse più spesso infondo c'è. forse sarebbe meglio se non ci fosse, dato che tra le mie ultime insensate peripezie sentimentali e questo stato neutro fino a darmi la nausea è passato poco tempo, troppo poco tempo.
ho sentito dire in giro che quando si aspetta qualcosa che si vuole ardentemente questa cosa, alla fine, arriva più velocemente.
non ci credo del tutto, le attese snervano. e sono un'impulsiva. voglio vivere tutto qui e ora, non poi, forse, se e quando sarà. sono curiosa, e stufa anche io della mia sete continua di nuovo, di sorpresa. e del mio rifiuto di accontentarmi passivamente di quello che accade.
unicuique faber fortunae suae: è una bella bugia, che però è alla base del mio modo di vedere la vita, purtroppo per me.
credessi nel fato ineluttabile e prefissato mi dannerei meno nell'attendere e non mi preoccuperei di mancare occasioni importanti. fosse tutto scritto, le mie occasioni le troverei senza sforzo, anzi, mi verrebbero incontro spontaneamente.

Bip Bip. Bip Bip.
un messaggio ricevuto...Leggi?
o forse no?

Francesca.

postato da frafrettina alle 17:29 | link | commenti
welcome to my world

tornata, per darvi la mia buona notte.
pensiero scemo, ma ve lo dedico. ora che magari non ne avete bisogno tenetevela da conto comunque, chissà che non vi torni utile, un giorno (anzi, una notte, appunto).
ve la dedico anche avvantaggiandomi sulle volte in cui non avrò tempo/voglia/possibilità/fantasia sufficiente per spedirvela, dalle pagine lattescenti di questo blog che leggete sul vostro schermo del pc, dai caratteri sempre troppo piccoli che vi sforzate di mettere a fuoco prima di andare a letto, strizzando a fatica gli occhi, fino a farli arrossare.
per aver speso in questo luogo virtuale i vostri momenti prima di dormire vi lascio questo augurio come ringraziamento, chiunque voi siate.
buona notte, anche se ha poco senso. è per voi, e ora spegnete tutto insieme a me e dormite, che è tardi.

francesca. 





postato da frafrettina alle 00:28 | link | commenti
domenica, 14 novembre 2004

Bis

Seconda volta nella giornata che torno a scrivere, sarà la domenica che non mi ispira particolare voglia di fare.

[comunicazione di servizio: non so perchè ma mi sta dando ai nervi che le maiuscole non compaiano automaticamente dopo ogni punto che metto. perciò, per screzio e per pigrizia, per non premere qual tasto in più alla fine di ogni frase, decido deliberatamente di sbarazzarmi delle maiuscole e della preoccupazione di doverle mettere ogni 10 parole con cervello vigile e attento. abbasso la grammatica. le vedrete solo quando mi andrà di metterle...forza dante alighieri, rivoltati nella tomba...così!]

in tutto questo ascolto musica, cd fatti da me, compilations (bleah...solo il termine mi dà fastidio, quasi quanto la questione maiuscole...), prima gli oasis, ora the clash, poi non so, non mi ricordo cos'è il brano successivo. e non credo abbia grande importanza saperlo. apatia. la domenica è questo, specialmente se (evviva evviva) non ci sono i compiti per il giorno dopo ( meglio l'apatia che il doverli fare, no?).

oggi tra l'altro mi sono data all'arte, anzi all'artigianato. ho ripreso a trafficare con perline e chiusure, gancetti e tenaglie...ho fatto tre paia di orecchini e un braccialetto. beh, è un risultato!

poi poi poi...è venuta a trovarci a casa mia nonna, uno degli esseri che stimo di più sulla faccia della terra. lei si è interessata alle mie ultime avventure: dal viaggio della memoria ad Auschwitz (con relative e doverose spiegazioni del caso), alla conferenza-gita scolastica a cui siamo stati portati di recente (viaggio di due giorni a Firenze. esperienza positiva, mi sono divertita moltissimo...sviscererò il tutto in un altro post però, ora non è il caso), all'ultimo concerto a cui sono stata, Kings of Convenience, auditorium, 31 ottobre, un giorno che non scorderò più (poi vi racconto se vi interessa). all'ultimo ragazzo con cui sono uscita. riccardo. grandissima fregatura.

sono in un mood che mi consente di brontolarci un po' su, quasi quasi faccio un po' la lagna sui sentimenti e su quanto possono far schifo...

ma sì. facciamolo.

anzi. l'ho già fatto...anche troppo...

mi spiego meglio.

vi dò in pasto questi sproloqui che non ho mai fatto uscire dalla mia cartella criptata, robaccia che ho scritto nel periodo in cui uscivo con Lui. una sottospecie di diario alla Kiss me Licia, no, alla dawson's creek, alla meglio...

parole che un po' mi fanno ridere, un po' mi fanno incazzare, un po' mi fanno sperare che rileggendole io cresca un po' di più, almeno sotto il profilo delle relazioni interpersonali. basta farsi abbindolare. vivere le emozioni sì, ma quelle sane.

divertitevi a leggere la me di qualche tempo fa. la sto migliorando, ci sto lavorando molto. torno più tardi, penso.

a presto, have fun.

francesca (quella di ora).

"Non ci si può mai dire innamorati, specialmente se ci si mette insieme in poco tempo, senza nemmeno conoscersi in realtà. Questo è l’insegnamento comune, ma c’è qualcosa in certe circostanze affrettate che centuplica l’attrazione, la voglia di sapere com’è guardarsi ancora negli occhi, la curiosità di sapere quanto durerà il non baciarsi e quella di sapere che sapore avrà quel bacio che ci si prefigura. Da chissà quanto, e chissà con quale intensità. E questa è una di quelle storie nate di corsa, a metà tra la serietà e la consapevolezza della natura effimera che la caratterizza. In viaggio, in due giorni di viaggio, il mio bimbo ha deciso che mi voleva con lui. Tanto, a quanto dice. E il suo sguardo ipnotico e penetrante, i suoi capelli leggerissimi, fili d’oro intorno al suo visetto angelico, il suo modo di parlare, ridere, scherzare, comportarsi, tutto di lui mi ha portata a volerlo con me a mia volta. Sempre, con l’intensità di quegli sguardi incerti ma pieni di tensione e di aspettative. Il viaggio è di per sé una circostanza anomala. È qualcosa che inizia e finisce in breve tempo, è l’occasione da cogliere, siamo noi stessi catapultati in una nuova dimensione, in un nuovo contesto, che ci libera del nostro atteggiamento di quotidianità, per questo ci fa essere pienamente noi. Lo si aspetta, lo si cerca, lo si agogna. Tutti vogliono staccare la spina, per poi doverla riattaccare in un secondo tempo, magari controvoglia. E per questo, ora che le spine sono tornate alle loro prese ecco cambiare i toni di quella che è stata un’esplosione spontanea di empatia e coinvolgimento fortissimo, ecco attenuarsi l’importanza delle occhiate fulminee e sorridenti, ecco sparire la dolcezza delle battute buttate lì perché fossero raccolte dall’altro. Ecco svilirsi tutto. L’aereo. Lì c’è stato l’inizio vero e proprio, che poi era il seguito di un gioco tra noi durato più a lungo. Quel volo avrebbe dovuto durare tutta la vita. Nel cielo, tra le nuvole, un bacio. Poi due, poi tre, poi non so quanti. Istanti che porterò con me per sempre. Tutto era perfetto. Specie il comportamento del mio bambino. Lo adoravo. Se non fosse stato per quei "soli due giorni" di frequentazione avrei tranquillamente potuto dire di amarlo, e forse era davvero così. Cosa conta una vita passata senza scossa, senza l’elettricità di cui il mio piccolo mi aveva pervasa in pochi attimi? Cos’è di più il tempo rispetto al trasporto? Nulla. Per me. Che sono libera. Il mio piccolo è stato anche un diavolo ingannatore. Ha una storia. Una temibilissima storia di un anno. Tanto tempo, troppo tempo. Quel tanto di tempo che non si abbandona per l’incerta certezza del trasporto emotivo. Meglio freddarsi il cuore impantanandosi in una storia infinita ma senza senso, piuttosto che lasciare del tutto quel bagaglio di alti e bassi dai quali alla prima occasione si scappa. Meglio la garanzia del tempo trascorso che la forza dell’attimo. Meglio la quotidianità malata e vuota. Meglio incancrenire i sentimenti che avevamo (forse) e mascherarli da amicizia. Non ci sto. Anche se non voglio perderlo. Perché? Piccolo voglio sapere perché.

"And now i look top at the sun and i can see oh the way that gravity turns on you and me…"

Se non sapessi che ti infastidisce e che infastidisce anche me piangerei, quel tanto che basta a farmelo passare, a farmi smettere di pensarci anche solo un secondo. Ma no, sono troppo orgogliosa, e vuoi una che ti tenga testa. Eccola, non esiste che il tuo visetto domini il mio rispetto di me stessa. Dirai: lo sapevi, te lo avevo detto. Ti risponderò: "appena arrivo a Roma la lascio." Prima di tutto mi hai detto questo. Prima di tutto mi hai messo il cuore in pace. Era perfetto. Era per noi, solo per noi. Era il momento giusto. Quello. Non era un errore.

"I never thought I’d be speaking these words, never thought i’d need to say another day alone is more than i can take…"

Ora parli di responsabilità. Di insicurezza. Di "non posso buttar via un anno per tre giorni". No piccolo, non te lo permetto. Perché in quei tre giorni ci sono io, non un passatempo qualsiasi. Non ti permetto di ritenermi tale. Tutte scene già viste. Cose che ti ho raccontato. Ad esempio: l’episodio dell’Aventino. Avrei dovuto capire che c’era qualche connessione tra quel posto maledettamente pieno di ricordi e i miei errori. Era un avvertimento. Non l’ho ascoltato. Quella che ho chiamato "la più grande batosta della mia vita" si è svolta proprio lì e tu lo sai. E anche quella finì con la battuta da copione "tra noi ci può essere solo un’amicizia", riadattata dal tempo a "ti voglio come amica". No, non un’altra volta. Già con mio immenso sforzo risposi "non voglio la tua amicizia" a quel primo soggetto che mi fece del male che ancora ricordo. E non vorrei bissare con te. Perché davvero non voglio perderti. Ma così non può essere. Voglio tutto e subito, hai detto di me. È vero, verissimo, e non me ne vergogno. Voglio che tu decida ora. Senza se e senza ma. Non puoi tenermi in caldo per sempre con la scusa dell’amicizia, non è corretto, anche perché sarebbe così innaturale e falso come rapporto che si deteriorerebbe subito. E non ho voglia di darti il mio consenso per dimenticarti tutto, per dare l’eutanasia a quello che è accaduto. No. meglio una bella bruciata per me e per te. Coerente, dignitosa e adatta a farti (a farci) riflettere. E se davvero vorrai tenertela stretta ancora ti auguro di odiarla, come io potrò odiare te per avermi messa in mezzo. Sono cattiva, sono bastarda e infame. Trasformo il bene che avevi creato nel suo contrario esatto. Perché non ti permetto civilissime vie di mezzo, non esistono. Non ci sono con me, non sono una tresca da nulla, non sono l’avventuretta di distrazione. Non sono la differenza che devi trovare nelle altre per restare più a lungo con lei. Non lo sono. No. No no no no no. Questa sono io, questa voglio essere: la scottatura o l’idillio. Non la soluzione di comodo. Non mi si addice, forse ancora non lo sai. Forse non lo saprai mai. Le parole dette in aereo, quelle mi rimbombano in testa "mi piaci, mi piaci molto. Mi puoi completare, puoi essere importante." Le parole del tuo primo messaggio che ho cancellato per sbaglio "buongiorno piccola! Si dice che la notte porti consiglio, beh, stanotte ti ho sognata e ho capito che sei la cosa che voglio di più. Mi manchi da morire! Ti voglio un bene dell’anima." E bravo il mio attore teatrale. Stacca da te l’atteggiamento interpretativo e decidi senza recitare. O bianco o nero, lo dico con le fitte al cuore.

"Ho perso le parole, eppure ce le avevo qua un attimo fa, dovevo dire cose, cose che sai, che ti dovevo, che ti dovrei.
Ho perso le parole, può darsi che abbia perso solo le mie bugie, si son nascoste bene forse però, semplicemente non eran mie. Credi, credici un po'. Metti insieme un cuore e prova a sentire e dopo credi, credici un po' di più di più davvero. Ho perso le parole e vorrei che ti bastasse solo quello che ho, io mi farò capire anche da te, se ascolti bene, se ascolti un po'."

È proprio vero. Se non sono strani non mi piacciono. E tu sei decisamente strano. Ambiguo fino al midollo. Ieri ti ho rivisto. Eri addirittura arrivato in netto anticipo all’appuntamento, col risultato che siamo stati al pincio e tutto era stupendo. Poi le prime note stonate. A- non hai aspettato il mio autobus. B- ci sentiamo domani. Odio questo tuo ci sentiamo domani. Perché?? C’è tanto tempo prima di questi dannati domani. E quel tempo, sapendo che dovrà trascorrere per inerzia mi uccide, mi toglie ogni voglia di fare. Non studio, mi stanco di far nulla, non mangio nemmeno a momenti. Mi rende nervosa. Domani. Domani quando??? Domani in tempo per vederci? Domani a buffo tanto per sapere che ci siamo in quei tre minuti al telefono? Non mi piace molto. Ma non vorrei essermi fissata per niente. A riconsolarmi ieri del tuo atteggiamento quella email dolcissima inviata al giornale.

"Forse avrai pensato di aver trovato una persona come le altre, pronta ad
illuderti e a farti soffrire per convenienza...
Ma quel giorno, in aereo, immersi fra le nuvole, ho capito quanto sei e
saresti stata importante per me. E in quel bacio ti ho donato parte del
mio cuore.
Riccardo"
L’ho letta 1000 volte in classe, non mi stancavo di riguardare ogni carattere digitato dalle tue mani con cui mi accarezzavi un’ora prima. Non ci credevo, la conferma del fatto che avevo sbagliato ad interpretare il tuo modo di agire. Ti importa. L’ho letto. Ne ero certa. Poi oggi, ancora meglio (dato che non hai credito al cellulare) mi hai chiamata a casa. Pregando chi ha risposto di farmi richiamare dato che non c’ero. E bene, finalmente sparisce la mia lotta mattutina "gli faccio uno squillo? Non glielo faccio?". Ci hai pensato tu, mi vuoi parlare. Evviva. Ti chiamo. Tre, due, uno "come stai? Mah insomma…perché che è successo? Ho lasciato Giulia. Ah…" e poi il racconto dell’assemblea (e mi torna in mente l’altra lettera che ti ho scritto stamattina, destinata come queste a non essere letta). Ci sentiamo domani. Ancora?? Ma come??? La lasci (non solo per te, anche per me. Queste le tue parole non tanto belle) e non vuoi correre ad abbracciare me? No. Ora dormo un po’, stasera cena fuori, ci sentiamo domani. Punto. Fine. Fine del mio avere un ragazzo in data odierna. Questo è tutto il tuo coinvolgimento nei miei confronti? Ho i miei dubbi. Tanti. Su tutto. Non ci capisco niente. Ti mando un messaggio per farti sentire che ci sono per te. Non come te per me, ora. Ti dico, se sei giù passa a scuola mia, non ti lascio solo proprio ora. Speravo di dare un senso al tuo silenzio e ravvivare la mia giornata, anche finchè non ti avessi visto affatto, tanto per vivere nella speranza di un contatto con te che visto come sono poste le cose non ci sarà. E infatti ricevo da un altro numero questa riposta "non ti preoccupare, so badare a me stesso…tvb". Odio non preoccuparmi per te, perché so che sei triste, e la cosa rende triste anche me, ti piaccia o no. odio la presunzione di dire so badare a me stesso, non sono tua mamma, volevo solo dirti che ci sono (e ho sbagliato, non ascoltando la mia che mi diceva di lasciar stare). E poi, colpo di grazia, tvb. Ma allora…se devi abbreviare un sentimento così bello in forma di contentino non scriverlo per niente, o non rispondermi affatto. Avrei potuto attribuirlo al fatto che nn avevi soldi, invece ho ottenuto praticamente un "no" categorico ma diplomatico, addirittura siglato di buoni sentimenti. Piccolo no, non così. L’altro ieri, mercoledì, solo un messaggio dal cellulare di un tuo amico, per chiedere informazioni sul giornale come a un estraneo. Ieri, ancora meglio, non ti ho sentito affatto. Beh, bello, considerato che ieri era una settimana dal nostro aereo insieme. Dalla nostra giornata a Cracovia insieme. Bravo. Menomale che badi a te stesso. No perché io non ci bado più.

Un altro giorno senza di te. Partono le scommesse: ti ricorderai di me questo fine settimana o sparirai del tutto? Non ti capisco, giuro."

PS: sembra o non sembra un'appendice a qualche romanzetto spazzatura come "Tre metri sopra il cielo"? mi spiace, a volte mi lascio andare ANCHE a queste scemenze. ho 16 anni, accidenti! fatemi essere anche banale, sciocca e retorica, strappalacrime fino a rasentare il patetismo di Harmony (in versione allegata a Cioè, Top girl ecc...).

E, se vi dicessi che è tutto inventato ma basato su circostanze realmente accadutemi, elaborato come puro esercizio (ancora incompleto) di stile, di narrativa, ci credereste? Vi lascio nel dubbio...che vi stuzzichi.

Realtà o finzione il finale della storia è rinviato a un altro post, per i sentimentaloni curiosi :)

fra.









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Riveduta e corretta (non da me...)

Buongiorno lettori!

Domenica mattina, risveglio abbastanza soft, ora abbastanza decente, stato psicofisico accettabile.

Ieri vi ho lasciati con una promessa che oggi mantengo: ecco a voi la versione riveduta e corretta dell'articolo che vi avevo proposto.

Oltre le ripetizioni che dovrò far correggere alla redazione di Zai.Net quanto prima, oltre i tagli significativi al mio testo originale, oltre tutto insomma, l'articolo uscirà su questa rivista nazionale per giovani giornalisti nel prossimo mese. Questo, per me, è moooolto, mooooooolto positivo.

Non so...non che mi convinca tanto questa nuova forma del testo...mi sembra più banalizzata, meno vivida...meno brillante per certi versi...

Ecco, quello che mi serve ora è la vostra interpretazione e i vostri consigli, leggete e datemi il vostro giudizio:

UN GIORNO DA VESPA

Il buon vecchio Andy Warhol, non troppo tempo fa, diceva che nel futuro ognuno di noi avrebbe avuto i suoi 15 minuti di notorietà. Bene, è capitato a 7 intrepidi ragazzi del Liceo "Giulio Cesare" di Roma, chiamati a vivere il loro momento di celebrità tra il pubblico di "Porta a Porta".

Di Francesca, 16 anni -Roma

Forse Andy avrebbe riso al racconto della nostra esperienza da "noti" o pseudo tali. Anzi, da perfetti sconosciuti, perché, come dettoci appena messo piede nello studio del programma di Rai Uno "Porta a Porta" (sì, proprio quello condotto da Bruno Vespa) beh, se c’è una trasmissione in cui il pubblico non conta assolutamente nulla, quella è proprio Porta a Porta.
Ci siamo così ritrovati a scaldare le poltrone dello studio di Porta a Porta, catapultati tra un applauso e una telecamera, senza sapere né il tema della puntata a cui avremmo preso parte, né il motivo per cui fosse stata richiesta la presenza di studenti ad assistere così da vicino ai dibattiti che normalmente animano la notte di molti telespettatori italiani.
Tutti noi, seduti in seconda fila a poca distanza dagli ormai consueti primi piani su ospiti e conduttore, dal campanello che introduce nuove presenze in studio, da tutto quello che fa di Porta a Porta una specie di istituzione mediatica insomma, ci prefiguravamo una risposta plausibile a queste domande. Immaginavamo una puntata in tema con la scuola, ad esempio sulla strage di Beslan, o sulla tanto discussa riforma entrata in vigore, magari l’intervento del ministro Moratti in persona e, ancor più, la possibilità di un confronto diretto con lei. Ma le nostre fantascientifiche aspettative sono state disattese dalla prima all’ultima, la puntata in registrazione era l’ennesima della saga sul delitto di Cogne, forse la trentesima, per somma gioia dei figuranti fissi. Il nostro ruolo semplicemente quello di scenografia dal volto umano.

Vi racconto come è andata…
Dopo il rito della liberatoria sui diritti di immagine, con la quale abbiamo autorizzato Mamma Rai a fare della nostra faccia quel che ritiene più giusto, finalmente siamo riusciti ad avvicinarci all’entrata dello studio. Da dietro si intravedevano già delle luci tra il bianco e il turchino, che davano la leggera impressione di trovarsi in un luna park o in un obitorio. Nel momento in cui però abbiamo varcato la soglia il mio stupore è stato grande per vari motivi. Ad esempio lo studio, che da casa sembra sconfinato, in realtà è un francobollo, un terzo della nostra aula magna, forse, ad essere generosi. La luce poi, che in video comunica un certo effetto "notturno" con i suoi toni soffusi, è decisamente troppo bianca e troppo forte per un occhio abituato a quella solare delle quattro del pomeriggio. Provenire da fuori e ritrovarsi abbagliati dai faretti disseminati ovunque penso ci abbia doppiamente spaesati. Oltre tutto, l’ambiente con le due porte caratteristiche del programma, con i videowall che si allargano da parte a parte è molto imponente rispetto a tutto il resto. Tutti i fattori sopra descritti hanno contribuito a fari percepire il luogo come una grande casa delle bambole, di quelle postmoderne e super accessoriate. Mi sentivo esattamente come uno degli amici di Barbie in visita di cortesia.

L’allegra brigata
A distrarmi da queste sensazioni c’era la cosiddetta claque, i figuranti a cui ho accennato precedentemente. Quanto di più genuino ed utile ci sia stato in questa singolare avventura sono stati proprio i loro insegnamenti da veterani della ripresa. Due signori in particolare mi hanno colpita. Il primo giocava a burlarsi delle nostre incertezze da ultimi arrivati, sfruttando la nostra convinzione che probabilmente saremmo stati chiamati a parlare in pubblico, contro balbettii, rossori e silenzi imbarazzanti. L’altro, invece, sembrava essersi auto eletto nostra guida turistica nel magico mondo degli assistenti di studio e dei truccatori, delle falsità dietro l’obbiettivo e delle squisitezze con i personaggi famosi. Ci ha fatto capire che infondo l’attualità è solo uno spunto di aggregazione più che il vero motivo per cui si appare in questo genere di programmi. Il signore ci ha preparati all’inizio, spiegandoci le varie sequenze che sarebbero state girate: un promo di pochi secondi, che normalmente avrete visto tra gli ultimi intervalli pubblicitari del programma precedente la trasmissione e un’anticipazione di una decina di minuti, normalmente precedente il Tg1 di mezza sera.

L’argomento della puntata: Cogne
Ah, dimenticavo l’argomento: tanto per cambiare, si trattava del caso di Cogne. Ma nessuno si stupirà se nel corso della trasmissione noi del Giulio (e non solo, credo) siamo arrivati addirittura a dimenticarci il nome della vittima, l’inizio e la fine di tutte le parole al vento che ruotano intorno alla vicenda dell’assassinio di Cogne. Almeno, a me è successo: sono arrivata a questo, io in prima persona, e non per insensibilità o disattenzione, ma per assuefazione, assuefazione al sentir ripetere e sviscerare in ogni aspetto morbosamente tecnico le dinamiche, le ipotesi, le cronache seriali di questa vicenda tanto assurda e tanto televisivamente sfruttabile. Nessuno dei presenti al dibattito era lì per concludere qualcosa di significativo che aiutasse la risoluzione del caso. Eravamo tutti lì, per sentir battibeccare gli ospiti su posizioni sterili e già note, già dette, già trite. E, vi assicuro, nemmeno i battibecchi erano sinceri sotto i riflettori di Porta a Porta, tanto è vero che spenti questi lo psicologo Crepet discorreva amabilmente, come nulla fosse stato, con Carlo Taormina, e così con tutti gli altri strenui difensori delle loro inconciliabili posizioni, pronti a perdere le staffe per mostrarsi convinti di se stessi finchè si registra, pronti poi a ingoiare le staffe finito tutto. Più che una lezione di maturità e onestà ho assistito ad un divertente quanto preoccupante carosello di giri di parole di rara inutilità. Non è stato nulla di didattico, comunque un’esperienza interessante e diversa dal vedere lo stesso caravan serraglio di discorsi e personaggi dal divano di casa.

Didascalie:

"Mi sentivo esattamente come uno degli amici di Barbie in visita di cortesia"

"Ci ha fatto capire che infondo l’attualità è solo uno spunto di aggregazione più che il vero motivo per cui si appare in questo genere di programmi"

"E, vi assicuro, nemmeno i battibecchi erano sinceri sotto i riflettori di Porta a Porta… a luci spente lo psicologo Crepet discorreva amabilmente, come nulla fosse stato, con Carlo Taormina"







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i miei articoli
sabato, 13 novembre 2004

Cominciamo la rassegna...

Appena tornata da scuola. Appena preso il mio meritato votaccio sulle parabole. Appena pranzato (e qui scatta il coro di "ecchiiiiiissenefreeeeeeeegaaaaaa"...vi voglio bene anch'io ragazzi.).

Appena acceso il computer.

Giornata ancora lunga e tutto sommato non pessima, ho ingaggiato nuovi adepti per il mio giornale [argomento da approfondire con un po' più di tempo...ricordatemelo], che mi sembrano promettere bene...se son rose...

Poi che altro? Ah sì, prossimo pomeriggio di lavoro, vedo un mio amico per prepararci a fare un'intervista ad un ex prigioniero di guerra, nell'ambito del nostro progetto su Auschwitz e sulla conservazione e diffusione della memoria storica [unite anche questo alla lista degli approfondimenti, grazie.].

Serata ancora vaga e indefinita, nonostante sia sabato. Non che sia un'appassionata del rito del Sabato Sera. Ormai più che un'occasione di svago l'uscire il sabato è diventato quasi un obbligo. E se stai a casa il sabato guai a dirlo: non è fashion!

Serata a parte, volevo iniziare a postare qualche mio articolo, non so ancora in che ordine pubblicarli e archiviarli, penso che comincerò semplicemente con il riportare quelli che ho qui salvati nella memoria di questo pc .

il mio nuovo pc, perchè li tratto tanto bene che quest'estate me ne sono giocato uno facendolo praticamente saltare in aria. grazie al lavoro certosino [e millenario] del mio tecnico di [s]fiducia dispongo ancora di quei dati, che hanno rivisto la luce a distanza di ere geologiche dalla loro composizione. [inutile precisare che con i proventi delle esplosioni atomiche che causo il simpatico brav'uomo sfama una colonia di amici parenti e benefattori oltre a 7 figlie 12 figli e una decina di mogli a carico...a Natale si concede anche il lusso di far beneficienza, ormai lavora ancora solo per non soffrire la noia...].

Nel frattempo, mentre scappo a prepararmi per continuare la giornata con un aspetto semi-decente, divertitevi a leggere una cosa che ho scritto di recente, pubblicata per l'ultimo numero del mio giornale, e che ha riscosso un discreto successo...questa è la versione originale, uncut, diciamo. L'articolo comparirà anche sul mensile Zai.Net, rivista per ragazzi del quotidiano La Stampa, ma in una versione abbreviata (che non mi garba poi molto, e ne capirete anche voi la differenza quando la posterò per confrontarla con quello vero...), smussata negli spigoli più polemici e scomodi che a me, però, piacciono tanto...Ditemi se vi piace.

a presto,

Francesca.

Un giorno porta a porta

Il buon vecchio Andy Warhol, non troppo tempo fa, diceva che nel futuro ognuno di noi avrebbe avuto i suoi 15 minuti di notorietà. Forse, Andy avrebbe riso al racconto della nostra esperienza da "noti" o pseudo tali. Anzi, da perfetti sconosciuti, perché, come dettoci appena messo piede nello studio del programma di Rai Uno "Porta a Porta" (sì, proprio quello condotto da Bruno Vespa) beh, se c’è una trasmissione in cui il pubblico non conta assolutamente nulla, quella è proprio Porta a Porta.

Il succo della vicenda è questo: sette intrepidi tra i ragazzi del Giulio tra cui la sottoscritta hanno ricevuto un invito a partecipare alle registrazioni dalla redazione Rai di via Teulada – personalmente ho fatto sudare diverse e svariate camicie alla povera giornalista che mi ha contattata, infatti, prima di convincermi della realtà dei fatti per i primi minuti della conversazione telefonica ero certissima si trattasse di un simpatico scherzo: vi lascio immaginare la scena da candid camera…

Ci siamo così ritrovati a scaldare le poltrone dello studio di Porta a Porta, catapultati tra un applauso e una telecamera, senza sapere né il tema della puntata a cui avremmo preso parte, né il motivo per cui fosse stata richiesta la presenza di studenti ad assistere così da vicino ai dibattiti che normalmente animano la notte di molti telespettatori italiani.

Tutti noi, seduti in seconda fila a poca distanza dagli ormai consueti primi piani su ospiti e conduttore, dal campanello che introduce nuove presenze in studio, da tutto quello che fa di Porta a Porta una specie di istituzione mediatica insomma, ci prefiguravamo una risposta plausibile a queste domande. Immaginavamo una puntata in tema con la scuola, ad esempio sulla strage di Beslan, o sulla tanto discussa riforma entrata in vigore, magari l’intervento del ministro Moratti in persona e, ancor più, la possibilità di un confronto diretto con lei. Ma le nostre fantascientifiche aspettative sono state disattese dalla prima all’ultima, la puntata in registrazione era l’ennesima della saga sul delitto di Cogne, forse la trentesima, per somma gioia dei figuranti fissi. Il nostro ruolo semplicemente quello di scenografia dal volto umano.

Vi racconto come è andata.

Dopo il rito della liberatoria sui diritti di immagine, con la quale abbiamo autorizzato Mamma Rai a fare della nostra faccia quel che ritiene più giusto, finalmente siamo riusciti ad avvicinarci all’entrata dello studio. Da dietro si intravedevano già delle luci tra il bianco e il turchino, che davano la leggera impressione di trovarsi in un luna park o in un obitorio. Nel momento in cui però abbiamo varcato la soglia il mio stupore è stato grande per vari motivi. Ad esempio lo studio, che da casa sembra sconfinato, in realtà è un francobollo, un terzo della nostra aula magna, forse, ad essere generosi. La luce poi, che effettivamente in video comunica un certo effetto "notturno" con i suoi toni soffusi, è decisamente troppo bianca e troppo forte per un occhio abituato a quella solare delle quattro del pomeriggio. Provenire da fuori e ritrovarsi abbagliati dai faretti disseminati ovunque penso ci abbia doppiamente spaesati. Oltre tutto, l’ambiente con le due porte caratteristiche del programma, con i videowall che si allargano da parte a parte è molto imponente rispetto a tutto il resto. Tutti i fattori sopra descritti hanno contribuito a fari percepire il luogo come una grande casa delle bambole, di quelle postmoderne e super accessoriate. Mi sentivo esattamente come uno degli amici di Barbie in visita di cortesia.

A distrarmi da queste sensazioni c’era la cosiddetta claque, i figuranti a cui ho accennato precedentemente. Quanto di più genuino ed utile ci sia stato in questa singolare avventura sono stati proprio i loro insegnamenti da veterani della ripresa. Due signori in particolare mi hanno colpita. Il primo giocava a burlarsi delle nostre incertezze da ultimi arrivati, sfruttando la nostra convinzione che probabilmente saremmo stati chiamati a parlare in pubblico, contro balbettii, rossori e silenzi imbarazzanti. L’altro, invece, sembrava essersi auto eletto nostra guida turistica nel magico mondo degli assistenti di studio e dei truccatori, delle falsità dietro l’obbiettivo e delle squisitezze con i personaggi famosi. Ci ha fatto capire che infondo l’attualità è solo uno spunto di aggregazione più che il vero motivo per cui si appare in questo genere di programmi. Il signore ci ha preparati all’inizio, spiegandoci le varie sequenze che sarebbero state girate: un promo di pochi secondi, che normalmente avrete visto tra gli ultimi intervalli pubblicitari del programma precedente la trasmissione e un’anticipazione di una decina di minuti, normalmente precedente il Tg1 di mezza sera. Poi, d’improvviso, giù le luci, parte la sigla (Via col vento per intenderci!) e tutte le presenze in sala sembrano congelarsi, nell’attesa che la musica si abbassi e che venga tutto nuovamente illuminato. Un momento che avrete visto da casa decine e decine di volte, ma che dal vivo fa uno strano effetto, tra la compostezza e il raccoglimento, solenne pur avendo un senso e un’importanza molto relativa, anzi, solo scenica.

Al di là della patina di novità che il fatto di trovarsi in uno studio televisivo per la prima volta ha conferito a questa singolare esperienza, vorrei portare la vostra attenzione sui contenuti veri, o supposti tali, della puntata.

Non vorrei parlare di sciacallaggio giornalistico, ma il continuo insistere su una vicenda tanto sensazionale e nel contempo delicata, come quella del delitto di Cogne, vicenda tra le più sconvolgenti delle cronache italiane degli ultimi anni proprio per la sua misteriosa e inestricabile efferatezza, non mi sembra altro che questo.

D’altra parte ormai si anche perso il senso e il motivo di tante parole dette sul caso in questione: si finisce sempre per rispolverare le stesse linee di principio, non si forniscono mai elementi nuovi e decisivi.

L’accusa insiste su punti che la difesa smentisce, se si va più addentro alla questione, poi, per salvarsi in corner, ci si cela dietro la "facoltà di non rispondere". Non so. Nessun discorso mi convince abbastanza, nulla fornisce certezze, tantomeno la retorica di Taormina, ammirevole esempio di sagacia, di professionalità e di mestiere, in quella sede non di certo utile far nuova luce sul caso. Anzi, la proverbiale fermezza dell’avvocato è semmai volta a parare le sferzate di questo o quell’opinionista, giornalista, criminologo, a eludere i colpi che potrebbero inchiodare la sua assistita, e non si sa nemmeno se a torto o a ragione. Tremendo pensare a una madre assassina di suo figlio, artefice di un crimine senza movente e senza spiegazione di sorta. Comodo, allo stesso tempo, trovare un colpevole per un episodio tra i più neri della cronaca nera, affinché finalmente le acque si calmino, e dopo tre anni il sipario cali anche sull’ormai ex - amena località turistica della Valle d’Aosta (e, certamente, sull’incapacità di pronunciarsi con certezza di una giustizia che stavolta non sa proprio che pesci prendere).

Il risultato di questa interminabile e cinica telenovela propinata a ripetizione in pasto a un pubblico che vale solo come audience? Nel mio caso è stato questo, e, confesso mi ha molto stupita e turbata: mentre, nel dibattimento, il Giudice Simonetta Matone leggeva un estratto della sentenza che ha portato alla condanna di trent’anni per Annamaria Franzoni, tra le parole pronunciate alle mie orecchie è arrivato il nome "Samuele Lorenzi". Voi direte: che c’è di strano? È la vittima dell’omicidio, il bambino di tre anni che da altrettanti anni fa parlare della sua morte macabra, cruentissima e ancora senza un motivo. Bene, questo nome, appena pronunciato, mi è per qualche oscuro motivo suonato estraneo alla questione. Era come se mi stessi chiedendo: chi è? Cosa c’entra adesso? Già, perché ripensandoci a mente fredda, ormai "Cogne" è automaticamente sinonimo di "Annamaria Franzoni", un soggetto dalla posizione tanto contraddittoria che potrebbe essere la più ingannatrice tra i mostri sanguinari o la più commovente vittima di una macchina infernale creatasi intorno alla morte del suo bambino. Siamo arrivati addirittura a dimenticarci il nome della vittima, l’inizio e la fine di tutte le parole al vento che ruotano intorno alla vicenda dell’assassinio di Cogne. Almeno, a me è successo: sono arrivata a questo, io in prima persona, e non per insensibilità o disattenzione, ma per assuefazione, assuefazione al sentir ripetere e sviscerare in ogni aspetto morbosamente tecnico le dinamiche, le ipotesi, le cronache seriali di questa vicenda tanto assurda e tanto televisivamente sfruttabile. Nessuno dei presenti al dibattito era lì per concludere qualcosa di significativo che aiuti la risoluzione del caso. Eravamo tutti lì, per sentir battibeccare gli ospiti su posizioni sterili e già note, già dette, già trite. E, vi assicuro, nemmeno i battibecchi erano sinceri sotto i riflettori di Porta a Porta, tanto è vero che spenti questi lo psicologo Crepet discorreva amabilmente, come nulla fosse stato, con Carlo Taormina, e così con tutti gli altri strenui difensori delle loro inconciliabili posizioni, pronti a perdere le staffe per mostrarsi convinti di se stessi finchè si registra, pronti poi a ingoiare le staffe finito tutto. Più che una lezione di maturità e onestà ho assistito ad un divertente quanto preoccupante carosello di giri di parole di rara inutilità. Non è stato nulla di didattico, comunque un’esperienza interessante e diversa dal vedere lo stesso caravan serraglio di discorsi e personaggi dal divano di casa.

postato da frafrettina alle 13:04 | link | commenti (5)
i miei articoli
venerdì, 12 novembre 2004

Bienvenue

Benvenuti tutti quanti nel mio blog!

Mi presento in pochissime parole:

Mi chiamo Francesca, ho 16 anni e frequento la seconda liceo classico al Liceo Giulio Cesare di Roma.

Mi piace molto scrivere, sto muovendo i primi passi nel campo del giornalismo, sia a livello scolastico che collaborando con riviste e siti internet di varia natura. Avrò modo di approfondire la mia storia, i miei interessi e le mie passioni, prima di fare questo però, per voi e per me, è bene che butti giù una specie di dichiarazione di intenti, un "archaiologia", un perchè mai mi è venuta voglia di aprire un diario su internet?

Non so chi mai capiterà tra le pagine di questo blog, che nasce un po' per scherzo e un po' per gioco, senza alcuna velleità creativa di nessun genere, senza alcuna retorica, senza artifici mentali di nessun tipo.

Lo vorrei semplice, schietto, veloce e pronto a tutto. Pronto ad accogliere quanto di me riuscirò a scaraventarvi. Come una cassa di ricordi e di esperienze, come un diario di quando ero bambina, come una sacca vuota, che non si ponga troppi problemi se vi custodisco gemme preziose piuttosto che ghiaia, vetri, cose di poco conto.

Per prima cosa mi propongo di far diventare questo spazio un archivio dei miei scritti, tutti, da quelli già pubblicati da qualche parte a quelli mai fatti leggere ad anima viva, da quelli che non voglio dimenticare a quelli che rileggo ogni tanto prendendomi in giro da sola, tanto sento sciocca e distante la penna che li ha buttati giù, pur essendo sempre la mia.

Potrete commentarli logicamente, aspetto che lo facciate con ansia, per migliorarmi nello stile e nella mia percezione dello scrivere. L'esperienza diretta è la migliore maestra in questo campo tutto soggettivo e mai certo. Per questo mi auguro mi guiderete voi, con il vostro bagaglio di opinioni, pareri e sensazioni, alla ricerca di una via espressiva che dia forza alle mie idee, le valorizzi.

Spero di fornirvi spunti, di qualsiasi genere essi siano, mi auguro di saper smuovere e subire a mia volta i vostri sommovimenti, le vostre scosse, le vostre onde.

Sarà la notte che mi rende poetica, sarà l'angoscia per il compito di matematica (uno dei miei handicap più gravi e insormontabili...) che tra poco meno di 12 ore dovrò avere il coraggio di affrontare...sarà il sonno che mi annebbia le idee...

Ora come ora mi prometto che...

Non sarò sempre miele, non sarò sempre acido.

Non sarò sempre ambizione, non sarò sempre apatia.

Non sarò sempre vitale, non sarò sempre spenta.

Non sarò sempre ricercata, non sarò sempre ordinaria.

Cercherò di mantenermi coerente nella mia spontaneità, a qualsiasi costo (siete avvertiti...).

Battezziamo il Quarto Potere, da domani inizierà la mia personalissima rassegna stampa.

Per questa edizione è tutto, arrivederci a presto.

postato da frafrettina alle 22:42 | link | commenti (3)
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