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martedì, 16 novembre 2004
bella blog! ci scusiamo per l'interruzione, le trasmissioni riprenderanno al più presto possibile. lunedì, 15 novembre 2004Sensazioni in fumetteria.Caro Giacomo, Francesca. Promemoria per medomani entro alle dieci, ho un'ora di buco ed esco alle 2. Auschwitz. The Sound Of Silence.Dedico la pubblicazione di questo articolo ancora inedito a chiunque passi di qua e abbia voglia di leggerlo, ma in particolare a due miei amici, per i quali mi auguro che esso possa assumere un significato particolare, più profondo, più vero. non retorico. Questo è per Claudia, che ha vissuto la stessa esperienza un anno prima di me e che prima che partissi mi ha dato tanto del suo, non lasciandomi sola. Questo è per il sole che a Birkenau non scalda, fa solo ribollire la rabbia e alimenta la disperazione per la nostra stupidissima impotenza nei confronti ciò che è accaduto. PS: Siate buoni con le mie emozioni, sono ingenue al punto di sembrare sciocche, ma sfido tutti a mantenere un barlume di ragione dopo una giornata trascorsa ad Auschwitz. Francesca. ************************************* Oswiecim, sulla strada per Cracovia, The Sound of Silence Ci siamo appena lasciati Auschwitz alle spalle. Dal Tortuga a tutto il restomah. volevo partire con delle considerazioni inutili sulla giornata che sta trascorrendo. mah. dopo il coro abbiamo piegato al tortuga, il bar del nostro liceo per definizione. mah. al momento sono qui e vi parlo di quello che mi è successo, ma prima di decidermi a farlo ci ho pensato su...volevo quasi evitarlo. poi sono incappata nelle parole di una mia amica, leggiucchiando qua e là il suo blog... mah. in realtà non so, non sono certa di avere un numero di cellulare ben preciso da voler vedere lampeggiare sul mio display, comunque ho vissuto questo stato di "nulla isterico e compulsivo" sulla mia pelle più e più volte. Bip Bip. Bip Bip. Francesca. tornata, per darvi la mia buona notte. francesca. domenica, 14 novembre 2004BisSeconda volta nella giornata che torno a scrivere, sarà la domenica che non mi ispira particolare voglia di fare. [comunicazione di servizio: non so perchè ma mi sta dando ai nervi che le maiuscole non compaiano automaticamente dopo ogni punto che metto. perciò, per screzio e per pigrizia, per non premere qual tasto in più alla fine di ogni frase, decido deliberatamente di sbarazzarmi delle maiuscole e della preoccupazione di doverle mettere ogni 10 parole con cervello vigile e attento. abbasso la grammatica. le vedrete solo quando mi andrà di metterle...forza dante alighieri, rivoltati nella tomba...così!] in tutto questo ascolto musica, cd fatti da me, compilations (bleah...solo il termine mi dà fastidio, quasi quanto la questione maiuscole...), prima gli oasis, ora the clash, poi non so, non mi ricordo cos'è il brano successivo. e non credo abbia grande importanza saperlo. apatia. la domenica è questo, specialmente se (evviva evviva) non ci sono i compiti per il giorno dopo ( meglio l'apatia che il doverli fare, no?). oggi tra l'altro mi sono data all'arte, anzi all'artigianato. ho ripreso a trafficare con perline e chiusure, gancetti e tenaglie...ho fatto tre paia di orecchini e un braccialetto. beh, è un risultato! poi poi poi...è venuta a trovarci a casa mia nonna, uno degli esseri che stimo di più sulla faccia della terra. lei si è interessata alle mie ultime avventure: dal viaggio della memoria ad Auschwitz (con relative e doverose spiegazioni del caso), alla conferenza-gita scolastica a cui siamo stati portati di recente (viaggio di due giorni a Firenze. esperienza positiva, mi sono divertita moltissimo...sviscererò il tutto in un altro post però, ora non è il caso), all'ultimo concerto a cui sono stata, Kings of Convenience, auditorium, 31 ottobre, un giorno che non scorderò più (poi vi racconto se vi interessa). all'ultimo ragazzo con cui sono uscita. riccardo. grandissima fregatura. sono in un mood che mi consente di brontolarci un po' su, quasi quasi faccio un po' la lagna sui sentimenti e su quanto possono far schifo... ma sì. facciamolo. anzi. l'ho già fatto...anche troppo... mi spiego meglio. vi dò in pasto questi sproloqui che non ho mai fatto uscire dalla mia cartella criptata, robaccia che ho scritto nel periodo in cui uscivo con Lui. una sottospecie di diario alla Kiss me Licia, no, alla dawson's creek, alla meglio... parole che un po' mi fanno ridere, un po' mi fanno incazzare, un po' mi fanno sperare che rileggendole io cresca un po' di più, almeno sotto il profilo delle relazioni interpersonali. basta farsi abbindolare. vivere le emozioni sì, ma quelle sane. divertitevi a leggere la me di qualche tempo fa. la sto migliorando, ci sto lavorando molto. torno più tardi, penso. a presto, have fun. francesca (quella di ora). "Non ci si può mai dire innamorati, specialmente se ci si mette insieme in poco tempo, senza nemmeno conoscersi in realtà. Questo è l’insegnamento comune, ma c’è qualcosa in certe circostanze affrettate che centuplica l’attrazione, la voglia di sapere com’è guardarsi ancora negli occhi, la curiosità di sapere quanto durerà il non baciarsi e quella di sapere che sapore avrà quel bacio che ci si prefigura. Da chissà quanto, e chissà con quale intensità. E questa è una di quelle storie nate di corsa, a metà tra la serietà e la consapevolezza della natura effimera che la caratterizza. In viaggio, in due giorni di viaggio, il mio bimbo ha deciso che mi voleva con lui. Tanto, a quanto dice. E il suo sguardo ipnotico e penetrante, i suoi capelli leggerissimi, fili d’oro intorno al suo visetto angelico, il suo modo di parlare, ridere, scherzare, comportarsi, tutto di lui mi ha portata a volerlo con me a mia volta. Sempre, con l’intensità di quegli sguardi incerti ma pieni di tensione e di aspettative. Il viaggio è di per sé una circostanza anomala. È qualcosa che inizia e finisce in breve tempo, è l’occasione da cogliere, siamo noi stessi catapultati in una nuova dimensione, in un nuovo contesto, che ci libera del nostro atteggiamento di quotidianità, per questo ci fa essere pienamente noi. Lo si aspetta, lo si cerca, lo si agogna. Tutti vogliono staccare la spina, per poi doverla riattaccare in un secondo tempo, magari controvoglia. E per questo, ora che le spine sono tornate alle loro prese ecco cambiare i toni di quella che è stata un’esplosione spontanea di empatia e coinvolgimento fortissimo, ecco attenuarsi l’importanza delle occhiate fulminee e sorridenti, ecco sparire la dolcezza delle battute buttate lì perché fossero raccolte dall’altro. Ecco svilirsi tutto. L’aereo. Lì c’è stato l’inizio vero e proprio, che poi era il seguito di un gioco tra noi durato più a lungo. Quel volo avrebbe dovuto durare tutta la vita. Nel cielo, tra le nuvole, un bacio. Poi due, poi tre, poi non so quanti. Istanti che porterò con me per sempre. Tutto era perfetto. Specie il comportamento del mio bambino. Lo adoravo. Se non fosse stato per quei "soli due giorni" di frequentazione avrei tranquillamente potuto dire di amarlo, e forse era davvero così. Cosa conta una vita passata senza scossa, senza l’elettricità di cui il mio piccolo mi aveva pervasa in pochi attimi? Cos’è di più il tempo rispetto al trasporto? Nulla. Per me. Che sono libera. Il mio piccolo è stato anche un diavolo ingannatore. Ha una storia. Una temibilissima storia di un anno. Tanto tempo, troppo tempo. Quel tanto di tempo che non si abbandona per l’incerta certezza del trasporto emotivo. Meglio freddarsi il cuore impantanandosi in una storia infinita ma senza senso, piuttosto che lasciare del tutto quel bagaglio di alti e bassi dai quali alla prima occasione si scappa. Meglio la garanzia del tempo trascorso che la forza dell’attimo. Meglio la quotidianità malata e vuota. Meglio incancrenire i sentimenti che avevamo (forse) e mascherarli da amicizia. Non ci sto. Anche se non voglio perderlo. Perché? Piccolo voglio sapere perché. "And now i look top at the sun and i can see oh the way that gravity turns on you and me…" Se non sapessi che ti infastidisce e che infastidisce anche me piangerei, quel tanto che basta a farmelo passare, a farmi smettere di pensarci anche solo un secondo. Ma no, sono troppo orgogliosa, e vuoi una che ti tenga testa. Eccola, non esiste che il tuo visetto domini il mio rispetto di me stessa. Dirai: lo sapevi, te lo avevo detto. Ti risponderò: "appena arrivo a Roma la lascio." Prima di tutto mi hai detto questo. Prima di tutto mi hai messo il cuore in pace. Era perfetto. Era per noi, solo per noi. Era il momento giusto. Quello. Non era un errore. "I never thought I’d be speaking these words, never thought i’d need to say another day alone is more than i can take…" Ora parli di responsabilità. Di insicurezza. Di "non posso buttar via un anno per tre giorni". No piccolo, non te lo permetto. Perché in quei tre giorni ci sono io, non un passatempo qualsiasi. Non ti permetto di ritenermi tale. Tutte scene già viste. Cose che ti ho raccontato. Ad esempio: l’episodio dell’Aventino. Avrei dovuto capire che c’era qualche connessione tra quel posto maledettamente pieno di ricordi e i miei errori. Era un avvertimento. Non l’ho ascoltato. Quella che ho chiamato "la più grande batosta della mia vita" si è svolta proprio lì e tu lo sai. E anche quella finì con la battuta da copione "tra noi ci può essere solo un’amicizia", riadattata dal tempo a "ti voglio come amica". No, non un’altra volta. Già con mio immenso sforzo risposi "non voglio la tua amicizia" a quel primo soggetto che mi fece del male che ancora ricordo. E non vorrei bissare con te. Perché davvero non voglio perderti. Ma così non può essere. Voglio tutto e subito, hai detto di me. È vero, verissimo, e non me ne vergogno. Voglio che tu decida ora. Senza se e senza ma. Non puoi tenermi in caldo per sempre con la scusa dell’amicizia, non è corretto, anche perché sarebbe così innaturale e falso come rapporto che si deteriorerebbe subito. E non ho voglia di darti il mio consenso per dimenticarti tutto, per dare l’eutanasia a quello che è accaduto. No. meglio una bella bruciata per me e per te. Coerente, dignitosa e adatta a farti (a farci) riflettere. E se davvero vorrai tenertela stretta ancora ti auguro di odiarla, come io potrò odiare te per avermi messa in mezzo. Sono cattiva, sono bastarda e infame. Trasformo il bene che avevi creato nel suo contrario esatto. Perché non ti permetto civilissime vie di mezzo, non esistono. Non ci sono con me, non sono una tresca da nulla, non sono l’avventuretta di distrazione. Non sono la differenza che devi trovare nelle altre per restare più a lungo con lei. Non lo sono. No. No no no no no. Questa sono io, questa voglio essere: la scottatura o l’idillio. Non la soluzione di comodo. Non mi si addice, forse ancora non lo sai. Forse non lo saprai mai. Le parole dette in aereo, quelle mi rimbombano in testa "mi piaci, mi piaci molto. Mi puoi completare, puoi essere importante." Le parole del tuo primo messaggio che ho cancellato per sbaglio "buongiorno piccola! Si dice che la notte porti consiglio, beh, stanotte ti ho sognata e ho capito che sei la cosa che voglio di più. Mi manchi da morire! Ti voglio un bene dell’anima." E bravo il mio attore teatrale. Stacca da te l’atteggiamento interpretativo e decidi senza recitare. O bianco o nero, lo dico con le fitte al cuore. "Ho perso le parole, eppure ce le avevo qua un attimo fa, dovevo dire cose, cose che sai, che ti dovevo, che ti dovrei. È proprio vero. Se non sono strani non mi piacciono. E tu sei decisamente strano. Ambiguo fino al midollo. Ieri ti ho rivisto. Eri addirittura arrivato in netto anticipo all’appuntamento, col risultato che siamo stati al pincio e tutto era stupendo. Poi le prime note stonate. A- non hai aspettato il mio autobus. B- ci sentiamo domani. Odio questo tuo ci sentiamo domani. Perché?? C’è tanto tempo prima di questi dannati domani. E quel tempo, sapendo che dovrà trascorrere per inerzia mi uccide, mi toglie ogni voglia di fare. Non studio, mi stanco di far nulla, non mangio nemmeno a momenti. Mi rende nervosa. Domani. Domani quando??? Domani in tempo per vederci? Domani a buffo tanto per sapere che ci siamo in quei tre minuti al telefono? Non mi piace molto. Ma non vorrei essermi fissata per niente. A riconsolarmi ieri del tuo atteggiamento quella email dolcissima inviata al giornale. "Forse avrai pensato di aver trovato una persona come le altre, pronta ad Un altro giorno senza di te. Partono le scommesse: ti ricorderai di me questo fine settimana o sparirai del tutto? Non ti capisco, giuro." PS: sembra o non sembra un'appendice a qualche romanzetto spazzatura come "Tre metri sopra il cielo"? mi spiace, a volte mi lascio andare ANCHE a queste scemenze. ho 16 anni, accidenti! fatemi essere anche banale, sciocca e retorica, strappalacrime fino a rasentare il patetismo di Harmony (in versione allegata a Cioè, Top girl ecc...). E, se vi dicessi che è tutto inventato ma basato su circostanze realmente accadutemi, elaborato come puro esercizio (ancora incompleto) di stile, di narrativa, ci credereste? Vi lascio nel dubbio...che vi stuzzichi. Realtà o finzione il finale della storia è rinviato a un altro post, per i sentimentaloni curiosi :) fra. Riveduta e corretta (non da me...)Buongiorno lettori! Domenica mattina, risveglio abbastanza soft, ora abbastanza decente, stato psicofisico accettabile. Ieri vi ho lasciati con una promessa che oggi mantengo: ecco a voi la versione riveduta e corretta dell'articolo che vi avevo proposto. Oltre le ripetizioni che dovrò far correggere alla redazione di Zai.Net quanto prima, oltre i tagli significativi al mio testo originale, oltre tutto insomma, l'articolo uscirà su questa rivista nazionale per giovani giornalisti nel prossimo mese. Questo, per me, è moooolto, mooooooolto positivo. Non so...non che mi convinca tanto questa nuova forma del testo...mi sembra più banalizzata, meno vivida...meno brillante per certi versi... Ecco, quello che mi serve ora è la vostra interpretazione e i vostri consigli, leggete e datemi il vostro giudizio: UN GIORNO DA VESPA Il buon vecchio Andy Warhol, non troppo tempo fa, diceva che nel futuro ognuno di noi avrebbe avuto i suoi 15 minuti di notorietà. Bene, è capitato a 7 intrepidi ragazzi del Liceo "Giulio Cesare" di Roma, chiamati a vivere il loro momento di celebrità tra il pubblico di "Porta a Porta". Di Francesca, 16 anni -Roma Forse Andy avrebbe riso al racconto della nostra esperienza da "noti" o pseudo tali. Anzi, da perfetti sconosciuti, perché, come dettoci appena messo piede nello studio del programma di Rai Uno "Porta a Porta" (sì, proprio quello condotto da Bruno Vespa) beh, se c’è una trasmissione in cui il pubblico non conta assolutamente nulla, quella è proprio Porta a Porta. Vi racconto come è andata… L’allegra brigata L’argomento della puntata: Cogne Didascalie: "Mi sentivo esattamente come uno degli amici di Barbie in visita di cortesia" "Ci ha fatto capire che infondo l’attualità è solo uno spunto di aggregazione più che il vero motivo per cui si appare in questo genere di programmi" "E, vi assicuro, nemmeno i battibecchi erano sinceri sotto i riflettori di Porta a Porta… a luci spente lo psicologo Crepet discorreva amabilmente, come nulla fosse stato, con Carlo Taormina" sabato, 13 novembre 2004Cominciamo la rassegna...Appena tornata da scuola. Appena preso il mio meritato votaccio sulle parabole. Appena pranzato (e qui scatta il coro di "ecchiiiiiissenefreeeeeeeegaaaaaa"...vi voglio bene anch'io ragazzi.). Appena acceso il computer. Giornata ancora lunga e tutto sommato non pessima, ho ingaggiato nuovi adepti per il mio giornale [argomento da approfondire con un po' più di tempo...ricordatemelo], che mi sembrano promettere bene...se son rose... Poi che altro? Ah sì, prossimo pomeriggio di lavoro, vedo un mio amico per prepararci a fare un'intervista ad un ex prigioniero di guerra, nell'ambito del nostro progetto su Auschwitz e sulla conservazione e diffusione della memoria storica [unite anche questo alla lista degli approfondimenti, grazie.]. Serata ancora vaga e indefinita, nonostante sia sabato. Non che sia un'appassionata del rito del Sabato Sera. Ormai più che un'occasione di svago l'uscire il sabato è diventato quasi un obbligo. E se stai a casa il sabato guai a dirlo: non è fashion! Serata a parte, volevo iniziare a postare qualche mio articolo, non so ancora in che ordine pubblicarli e archiviarli, penso che comincerò semplicemente con il riportare quelli che ho qui salvati nella memoria di questo pc . il mio nuovo pc, perchè li tratto tanto bene che quest'estate me ne sono giocato uno facendolo praticamente saltare in aria. grazie al lavoro certosino [e millenario] del mio tecnico di [s]fiducia dispongo ancora di quei dati, che hanno rivisto la luce a distanza di ere geologiche dalla loro composizione. [inutile precisare che con i proventi delle esplosioni atomiche che causo il simpatico brav'uomo sfama una colonia di amici parenti e benefattori oltre a 7 figlie 12 figli e una decina di mogli a carico...a Natale si concede anche il lusso di far beneficienza, ormai lavora ancora solo per non soffrire la noia...]. Nel frattempo, mentre scappo a prepararmi per continuare la giornata con un aspetto semi-decente, divertitevi a leggere una cosa che ho scritto di recente, pubblicata per l'ultimo numero del mio giornale, e che ha riscosso un discreto successo...questa è la versione originale, uncut, diciamo. L'articolo comparirà anche sul mensile Zai.Net, rivista per ragazzi del quotidiano La Stampa, ma in una versione abbreviata (che non mi garba poi molto, e ne capirete anche voi la differenza quando la posterò per confrontarla con quello vero...), smussata negli spigoli più polemici e scomodi che a me, però, piacciono tanto...Ditemi se vi piace. a presto, Francesca. Un giorno porta a porta Il buon vecchio Andy Warhol, non troppo tempo fa, diceva che nel futuro ognuno di noi avrebbe avuto i suoi 15 minuti di notorietà. Forse, Andy avrebbe riso al racconto della nostra esperienza da "noti" o pseudo tali. Anzi, da perfetti sconosciuti, perché, come dettoci appena messo piede nello studio del programma di Rai Uno "Porta a Porta" (sì, proprio quello condotto da Bruno Vespa) beh, se c’è una trasmissione in cui il pubblico non conta assolutamente nulla, quella è proprio Porta a Porta. Il succo della vicenda è questo: sette intrepidi tra i ragazzi del Giulio tra cui la sottoscritta hanno ricevuto un invito a partecipare alle registrazioni dalla redazione Rai di via Teulada – personalmente ho fatto sudare diverse e svariate camicie alla povera giornalista che mi ha contattata, infatti, prima di convincermi della realtà dei fatti per i primi minuti della conversazione telefonica ero certissima si trattasse di un simpatico scherzo: vi lascio immaginare la scena da candid camera… Ci siamo così ritrovati a scaldare le poltrone dello studio di Porta a Porta, catapultati tra un applauso e una telecamera, senza sapere né il tema della puntata a cui avremmo preso parte, né il motivo per cui fosse stata richiesta la presenza di studenti ad assistere così da vicino ai dibattiti che normalmente animano la notte di molti telespettatori italiani. Tutti noi, seduti in seconda fila a poca distanza dagli ormai consueti primi piani su ospiti e conduttore, dal campanello che introduce nuove presenze in studio, da tutto quello che fa di Porta a Porta una specie di istituzione mediatica insomma, ci prefiguravamo una risposta plausibile a queste domande. Immaginavamo una puntata in tema con la scuola, ad esempio sulla strage di Beslan, o sulla tanto discussa riforma entrata in vigore, magari l’intervento del ministro Moratti in persona e, ancor più, la possibilità di un confronto diretto con lei. Ma le nostre fantascientifiche aspettative sono state disattese dalla prima all’ultima, la puntata in registrazione era l’ennesima della saga sul delitto di Cogne, forse la trentesima, per somma gioia dei figuranti fissi. Il nostro ruolo semplicemente quello di scenografia dal volto umano. Vi racconto come è andata. Dopo il rito della liberatoria sui diritti di immagine, con la quale abbiamo autorizzato Mamma Rai a fare della nostra faccia quel che ritiene più giusto, finalmente siamo riusciti ad avvicinarci all’entrata dello studio. Da dietro si intravedevano già delle luci tra il bianco e il turchino, che davano la leggera impressione di trovarsi in un luna park o in un obitorio. Nel momento in cui però abbiamo varcato la soglia il mio stupore è stato grande per vari motivi. Ad esempio lo studio, che da casa sembra sconfinato, in realtà è un francobollo, un terzo della nostra aula magna, forse, ad essere generosi. La luce poi, che effettivamente in video comunica un certo effetto "notturno" con i suoi toni soffusi, è decisamente troppo bianca e troppo forte per un occhio abituato a quella solare delle quattro del pomeriggio. Provenire da fuori e ritrovarsi abbagliati dai faretti disseminati ovunque penso ci abbia doppiamente spaesati. Oltre tutto, l’ambiente con le due porte caratteristiche del programma, con i videowall che si allargano da parte a parte è molto imponente rispetto a tutto il resto. Tutti i fattori sopra descritti hanno contribuito a fari percepire il luogo come una grande casa delle bambole, di quelle postmoderne e super accessoriate. Mi sentivo esattamente come uno degli amici di Barbie in visita di cortesia. A distrarmi da queste sensazioni c’era la cosiddetta claque, i figuranti a cui ho accennato precedentemente. Quanto di più genuino ed utile ci sia stato in questa singolare avventura sono stati proprio i loro insegnamenti da veterani della ripresa. Due signori in particolare mi hanno colpita. Il primo giocava a burlarsi delle nostre incertezze da ultimi arrivati, sfruttando la nostra convinzione che probabilmente saremmo stati chiamati a parlare in pubblico, contro balbettii, rossori e silenzi imbarazzanti. L’altro, invece, sembrava essersi auto eletto nostra guida turistica nel magico mondo degli assistenti di studio e dei truccatori, delle falsità dietro l’obbiettivo e delle squisitezze con i personaggi famosi. Ci ha fatto capire che infondo l’attualità è solo uno spunto di aggregazione più che il vero motivo per cui si appare in questo genere di programmi. Il signore ci ha preparati all’inizio, spiegandoci le varie sequenze che sarebbero state girate: un promo di pochi secondi, che normalmente avrete visto tra gli ultimi intervalli pubblicitari del programma precedente la trasmissione e un’anticipazione di una decina di minuti, normalmente precedente il Tg1 di mezza sera. Poi, d’improvviso, giù le luci, parte la sigla (Via col vento per intenderci!) e tutte le presenze in sala sembrano congelarsi, nell’attesa che la musica si abbassi e che venga tutto nuovamente illuminato. Un momento che avrete visto da casa decine e decine di volte, ma che dal vivo fa uno strano effetto, tra la compostezza e il raccoglimento, solenne pur avendo un senso e un’importanza molto relativa, anzi, solo scenica. Al di là della patina di novità che il fatto di trovarsi in uno studio televisivo per la prima volta ha conferito a questa singolare esperienza, vorrei portare la vostra attenzione sui contenuti veri, o supposti tali, della puntata. Non vorrei parlare di sciacallaggio giornalistico, ma il continuo insistere su una vicenda tanto sensazionale e nel contempo delicata, come quella del delitto di Cogne, vicenda tra le più sconvolgenti delle cronache italiane degli ultimi anni proprio per la sua misteriosa e inestricabile efferatezza, non mi sembra altro che questo. D’altra parte ormai si anche perso il senso e il motivo di tante parole dette sul caso in questione: si finisce sempre per rispolverare le stesse linee di principio, non si forniscono mai elementi nuovi e decisivi. L’accusa insiste su punti che la difesa smentisce, se si va più addentro alla questione, poi, per salvarsi in corner, ci si cela dietro la "facoltà di non rispondere". Non so. Nessun discorso mi convince abbastanza, nulla fornisce certezze, tantomeno la retorica di Taormina, ammirevole esempio di sagacia, di professionalità e di mestiere, in quella sede non di certo utile far nuova luce sul caso. Anzi, la proverbiale fermezza dell’avvocato è semmai volta a parare le sferzate di questo o quell’opinionista, giornalista, criminologo, a eludere i colpi che potrebbero inchiodare la sua assistita, e non si sa nemmeno se a torto o a ragione. Tremendo pensare a una madre assassina di suo figlio, artefice di un crimine senza movente e senza spiegazione di sorta. Comodo, allo stesso tempo, trovare un colpevole per un episodio tra i più neri della cronaca nera, affinché finalmente le acque si calmino, e dopo tre anni il sipario cali anche sull’ormai ex - amena località turistica della Valle d’Aosta (e, certamente, sull’incapacità di pronunciarsi con certezza di una giustizia che stavolta non sa proprio che pesci prendere). Il risultato di questa interminabile e cinica telenovela propinata a ripetizione in pasto a un pubblico che vale solo come audience? Nel mio caso è stato questo, e, confesso mi ha molto stupita e turbata: mentre, nel dibattimento, il Giudice Simonetta Matone leggeva un estratto della sentenza che ha portato alla condanna di trent’anni per Annamaria Franzoni, tra le parole pronunciate alle mie orecchie è arrivato il nome "Samuele Lorenzi". Voi direte: che c’è di strano? È la vittima dell’omicidio, il bambino di tre anni che da altrettanti anni fa parlare della sua morte macabra, cruentissima e ancora senza un motivo. Bene, questo nome, appena pronunciato, mi è per qualche oscuro motivo suonato estraneo alla questione. Era come se mi stessi chiedendo: chi è? Cosa c’entra adesso? Già, perché ripensandoci a mente fredda, ormai "Cogne" è automaticamente sinonimo di "Annamaria Franzoni", un soggetto dalla posizione tanto contraddittoria che potrebbe essere la più ingannatrice tra i mostri sanguinari o la più commovente vittima di una macchina infernale creatasi intorno alla morte del suo bambino. Siamo arrivati addirittura a dimenticarci il nome della vittima, l’inizio e la fine di tutte le parole al vento che ruotano intorno alla vicenda dell’assassinio di Cogne. Almeno, a me è successo: sono arrivata a questo, io in prima persona, e non per insensibilità o disattenzione, ma per assuefazione, assuefazione al sentir ripetere e sviscerare in ogni aspetto morbosamente tecnico le dinamiche, le ipotesi, le cronache seriali di questa vicenda tanto assurda e tanto televisivamente sfruttabile. Nessuno dei presenti al dibattito era lì per concludere qualcosa di significativo che aiuti la risoluzione del caso. Eravamo tutti lì, per sentir battibeccare gli ospiti su posizioni sterili e già note, già dette, già trite. E, vi assicuro, nemmeno i battibecchi erano sinceri sotto i riflettori di Porta a Porta, tanto è vero che spenti questi lo psicologo Crepet discorreva amabilmente, come nulla fosse stato, con Carlo Taormina, e così con tutti gli altri strenui difensori delle loro inconciliabili posizioni, pronti a perdere le staffe per mostrarsi convinti di se stessi finchè si registra, pronti poi a ingoiare le staffe finito tutto. Più che una lezione di maturità e onestà ho assistito ad un divertente quanto preoccupante carosello di giri di parole di rara inutilità. Non è stato nulla di didattico, comunque un’esperienza interessante e diversa dal vedere lo stesso caravan serraglio di discorsi e personaggi dal divano di casa. venerdì, 12 novembre 2004BienvenueBenvenuti tutti quanti nel mio blog! Mi presento in pochissime parole: Mi chiamo Francesca, ho 16 anni e frequento la seconda liceo classico al Liceo Giulio Cesare di Roma. Mi piace molto scrivere, sto muovendo i primi passi nel campo del giornalismo, sia a livello scolastico che collaborando con riviste e siti internet di varia natura. Avrò modo di approfondire la mia storia, i miei interessi e le mie passioni, prima di fare questo però, per voi e per me, è bene che butti giù una specie di dichiarazione di intenti, un "archaiologia", un perchè mai mi è venuta voglia di aprire un diario su internet? Non so chi mai capiterà tra le pagine di questo blog, che nasce un po' per scherzo e un po' per gioco, senza alcuna velleità creativa di nessun genere, senza alcuna retorica, senza artifici mentali di nessun tipo. Lo vorrei semplice, schietto, veloce e pronto a tutto. Pronto ad accogliere quanto di me riuscirò a scaraventarvi. Come una cassa di ricordi e di esperienze, come un diario di quando ero bambina, come una sacca vuota, che non si ponga troppi problemi se vi custodisco gemme preziose piuttosto che ghiaia, vetri, cose di poco conto. Per prima cosa mi propongo di far diventare questo spazio un archivio dei miei scritti, tutti, da quelli già pubblicati da qualche parte a quelli mai fatti leggere ad anima viva, da quelli che non voglio dimenticare a quelli che rileggo ogni tanto prendendomi in giro da sola, tanto sento sciocca e distante la penna che li ha buttati giù, pur essendo sempre la mia. Potrete commentarli logicamente, aspetto che lo facciate con ansia, per migliorarmi nello stile e nella mia percezione dello scrivere. L'esperienza diretta è la migliore maestra in questo campo tutto soggettivo e mai certo. Per questo mi auguro mi guiderete voi, con il vostro bagaglio di opinioni, pareri e sensazioni, alla ricerca di una via espressiva che dia forza alle mie idee, le valorizzi. Spero di fornirvi spunti, di qualsiasi genere essi siano, mi auguro di saper smuovere e subire a mia volta i vostri sommovimenti, le vostre scosse, le vostre onde. Sarà la notte che mi rende poetica, sarà l'angoscia per il compito di matematica (uno dei miei handicap più gravi e insormontabili...) che tra poco meno di 12 ore dovrò avere il coraggio di affrontare...sarà il sonno che mi annebbia le idee... Ora come ora mi prometto che... Non sarò sempre miele, non sarò sempre acido. Non sarò sempre ambizione, non sarò sempre apatia. Non sarò sempre vitale, non sarò sempre spenta. Non sarò sempre ricercata, non sarò sempre ordinaria. Cercherò di mantenermi coerente nella mia spontaneità, a qualsiasi costo (siete avvertiti...). Battezziamo il Quarto Potere, da domani inizierà la mia personalissima rassegna stampa. Per questa edizione è tutto, arrivederci a presto. |