venerdì, 26 maggio 2006
meno di un mese all'esamesono tesa e stanca. aspettando la resa dei conti.studio arte, oggi pomeriggio studierò fisica. domani 2 compiti in classe nello stesso giorno. ditemi se vi pare giusto, dato che siamo agli sgoccioli, continuare a farci perdere tempo così piuttosto che darci modo di ripassare. il mio quaderno di arte è lo stesso dal primo liceo. notavo che la mia grafia è sostanzialmente rimasta la stessa. salvo rimpicciolimenti, inclinazioni più o meno corsive, alcune parti frettolosamente longitudinali, altre kierknerianamente angolose. sono sempre stata io. e ne vado fiera. succedono strane cose. mentre da una parte perdo voti importanti per gli scherzi della stanchezza e per la stronzaggine di certi soggetti che no, 9 non posso proprio mettertelo, dall'altra ci sono professori che sono sinceramente coinvolti nel nostro epilogo scolastico, nella fine della classe III i, che ci stimano, ci apprezzano come persone, e addirittura provvedono a lasciarci un regalo d'addio. la prof. Iori per esempio, dolcissima, ci ha portato il libricino con l'enciclica di Papa Benedetto XVI (c'è un motivo, è l'insegnante di religione), una copia ciascuno, ciascuna copia con una dedica personale. anche per chi "non si avvale" ha portato degli altri opuscoli, meno teologici. per ricordo. io l'ho adorata, mi ha fatto salire dallo stomaco un'inaudita contentezza. è stato un gesto di rara vicinanza a noi ragazzi, che stonava, terribilmente, nella mia testa, accanto alla visione della prof. di lettere che giorni fa si augurava che si intervenisse su di noi come persone, perchè siamo essenzialmente un branco di deficienti. con La Dovuta Eccezione. anche il professore di greco mi ha stupita, ieri. ha detto "noi dobbiamo assolutamente farti uscire con 100; te lo meriti". magari uscirò con 75, ma che soddisfazione sentirselo dire così, con sincerità. a dispetto di chi no, 9 non te lo posso proprio mettere. nonostante tutto il mio impegno. nonostante tutti i miei impegni. nonostante tutte le iniziative che ho portato avanti. che vuoi farci, c'est la vie, c'è sempre qualcuno che arriva più avanti con un semplice calcetto nelle chiappe. non fa niente. è andata come è andata ed è andata piuttosto bene. ebbene, sono orgogliosa di me. fatemelo dire, per una volta. mercoledì, 17 maggio 2006 amenità della rete (indifferente al dramma chiamato esame di maturità)...il datario del giornale on-line del Giulio Cesare (http://www.ebravoweb.it) oggi segna mercoledì 16 Agosto 2006. {se, magari.} mi rileggoho riletto quanto scrivevo un anno fa in questo periodo. e ieri sera ho avuto modo di rileggere ciò che in questo periodo scrivevo due anni fa. mi sono resa conto di una cosa: vivo in maniera più viva la vita degli altri. la mia è come se la sentissi meno. chissà quale strano meccanismo psicologico vizioso si è instaurato in me. forse è una misura difensiva inconscia che mi distacca dalla mia stessa storia personale. chissà, magari in alcune circostanze è qualcosa che può giovarmi. mantenere il sangue freddo è una caratteristica positiva, certe volte. certe volte. infatti ho paura che quelle che non sono queste famose certe volte siano volte perse per sempre. sta di fatto che al momento sento una rinascita, piccola, come un minimo riscaldamento di quelle cose che provavo anni fa...solo più amarognole, più inesorabili probabilmente. claudia me lo diceva ieri, adesso devo sperimentare l'amarezza. prima era come fossi stata tutto un palpito continuo, ogni giorno e in ogni iniziativa, per ogni minima cosa. era bello. ora cerco di vivere nel turbine chiudendo spesso gli occhi. vivo di flash, senza considerare una visione d'insieme che potrebbe spaventarmi.rileggendo ho sentito un tepore primaverile nuovo e inaspettato. la mia nostalgia precoce si è acuita. appena sarà cessato il tourbillon delle cose-da-fare mi renderò conto che il mio giro sulla giostra è terminato. e che mi aspetta qualche novità. chissà quale. intanto mi viene voglia di ricominciare a fare arte. non che io l'abbia mai fatta, ma quando ero più piccola ero legittimata dall'istituzione scolastica e dal benevolo stupore degli adulti a trastullarmi con gingilli cartotecnici, belleartistici, strampalati. e facevo cose. che scimmiottavano l'arte ma che mi facevano sentire filosoficamente e idealmente artista. vorrei riprendere quel cammino infantile e scoprire che magari posso fare qualcosa di buono. che ne sai. comunque per arrivare a un dunque, è esattamente come dice svevo nelle pagine del suo diario. che poi è anche lo spunto principale che mi ha fatto venire in mente la tesina a cui devo iniziare a dedicarmi. è come dice lui, per arrivare alla scrittura bisogna scrivere un po', anche pochissimo, ogni giorno; anche di un suono, di un odore, di una sensazione, di inezie. purchè qualcosa rimanga sempre intrappolato nel testo. e poi rileggendo quella vita intrappolata, a volte scritta male, a volte per scherzo, a volte contro voglia, tornerà a risplendere di tutte le caratteristiche che aveva quando era viva, di tutte le impressioni che portava con se, i sentimenti, le vicissitudini, le sensazioni, le persone, i posti, i fatti, gli odori i suoni e le inezie. è così. mi è successo. e svevo aggiunge: tutto quello che non è scritto è irrimediabilmente perso. ditemi che non è vero. io dico che è vero, alla luce di quanto ho provato oggi. se non avessi buttato giù a suo tempo tutto quello che mi balenava per la testa, brutto o bello, lodevole o spregevole, ancora provato o transitorio, io non ricorderei quella che sono stata, quindi non ricorderei chi sono, e come sono diventata me stessa. quali evoluzioni ho vissuto, quali snodi ho attraversato, a cosa dovrei tornare e cosa dovrei disperdere definitivamente. è tutto immortalato. sono immortale a me stessa. e per gli altri che vogliano leggermi. ma non per screzio nei confronti della mia finitezza intrinseca. ma perchè se la finitezza è tutto quello che ho, almeno voglio viverla in coscienza. non ho velleità di passare alla storia, se avete percepito questo nel mio richiamo all'immortalità. voglio solo conoscere la storia di me stessa. anche filtrata nei racconti arbitrari che un giorno sento e il giorno dopo vorrei cancellare. seccati al sole poi sono una lacca splendente che ferma in un mosaico in movimento la persona che sono stata/sono/sarò. sono sempre stata io e ne sono fiera. questi i motivi per i quali tutti dovrebbero scrivere. per scriversi. e per nessun altra ragione. giovedì, 11 maggio 2006 vi prego, ditemi che ne pensate...[ultimo editoriale]Finora ho temporeggiato. Ho aspettato. Ho ignorato il computer come la carta e la penna. Mi sono distratta con tutto, pur di non dovermi ritrovare qui a compilare l’ultimo editoriale della mia carriera scolastica. Lo so che nell’economia del giornale, del liceo giulio cesare, della mia stessa vita tutto questo non è altro che un tassello, piccolo e transitorio, rispetto al tempo che passerà, alle cose che verranno fatte, ai rinnovamenti che prenderanno forma. Chi può sapere se a distanza di qualche anno Mr.Hyde esisterà ancora o gli studenti creeranno altri spazi d’espressione, o forse (peggio) non avranno più voglia di esprimersi? Potrebbe succedere qualsiasi cosa. Al giornale, al liceo, a me. E potrei non rendermene neanche conto. Come solo adesso mi rendo conto che l’aver trascurato ogni attività all’infuori dei libri (incluse, mio malgrado, queste pagine di vita), quest’anno, non è stato altro che una reazione inconscia che allontanasse da me il pensiero che una stagione importante della mia esperienza andava concludendosi. E va bene l’esame, e capisco i voti, capisco anche lo studio forsennato che non mi faranno rimpiangere più di tanto questo famoso terzo liceo rispetto ad anni più vivaci e pieni di cose (pieni di quella che sono) come il primo o il secondo, però ora ricollego tutto ad un unico reale motivo: coprirmi gli occhi davanti al sopraggiungere di questi ultimi attimi. Per una volta lo dirò sinceramente: non fate come me. Vivetela tutta, fino in fondo, con le lacrime, le risate e le nottate sui libri perché il giorno avete frequentato mille corsi a scuola, fatto mille cose, dette altre cento, così da far evaporare il tempo deputato al compito in classe o all’interrogazione programmata. Vivete le amicizie, createne di salde, a dispetto di tutte le ipocrisie che il sedersi dietro un banco genera nei rapporti tra persone. Vivete gli insegnamenti senza sentirli come nozioni da incamerare per concorrere a chissà quale premio finale che nobiliti tutto il vostro studio. Quei tanto sognati centocentesimi, per esempio. Che non dipendono del tutto da voi, e dai quali non dovete dipendere. Per nessun motivo. E poi arriva un nuovo ciclo, un nuovo biglietto di sola andata per qualcosa che verrà dopo, l’Università. Con questo suo alone di spazi sconfinati, di saperi incalcolabili e di chissà quale portata formatrice, di vera rampa di lancio verso la persona che siamo destinati ad essere per tutta la durata della vita. È tutto così immenso, così definitivo, non vi sembra? E manca così poco. Esaltazione e terrore. Non ho mai capito così a fondo il concetto di Sublime. Perché mi ha dato confidenza nelle mie possibilità, mi ha fatto sentire parte attiva di qualcosa. Mi ha fatto lottare e tenere a qualcosa, e vi assicuro, è qualcosa che ti spinge ad andare sempre avanti. Perché mi ha fatto conoscere persone motivate, volenterose, caparbie e risolute. Positive. Amici. Perché mi ha dato spunti di confronto con opinioni differenti, mi ha fatto accettare critiche e gioire dell’approvazione altrui. E mi ha fatto tirare fuori la voce quando serviva. Perché la sincerità è un vantaggio, quando si vuole lavorare bene. Mi ha fatto rendere conto che non è poi così importante ciò che spesso i professori rimproverano nello stile che uno ha: non è determinante l’incapacità di sintesi e la ridondanza di cui vengo accusata qualche volta. L’importante è colpire al cuore il lettore con quello che si sta dicendo. Come è successo un anno esatto fa, proprio a ridosso della fine dell’anno scolastico, quando la mia compagna di banco si commosse leggendo le parole dell’editoriale che ancora ritengo il mio più sentito e meglio riuscito pezzo di scrittura. Perché l’importante è la passione per quello che si dice, tutto il resto è secondario. Mi ha fatto credere nella fiducia di cui gli altri mi investivano, nelle responsabilità che essa ha comportato, dei rischi da essa generati e dalle soddisfazioni che ne sono scaturite. Mi ha dato un assaggio della persona che vorrei poter essere in futuro. Per sempre. Perché sono così, pregi e difetti. Non voglio fare il punto. Capitolare. Proseguire. Io voglio restare qua a godermi l’unicità di quello che ho avuto dalla scuola in questi straordinari cinque anni. È come quando ti piacerebbe rimanere a vagare nell’aeroporto piuttosto che salire sull’aereo per arrivare a destinazione. Quale poi? Non è importante. Sto imparando questo: la felicità è nei luoghi di transito. E intanto c’è aria d’estate… martedì, 02 maggio 2006 primo maggiocitando il grande ligabue: ho urlato contro il cielo e conosciuto quelli tra palco e realtà. è stato bellissimo.inizialmente avevo poca fiducia che saremmo riusciti a fare qualche intervista degna di nota, dato che ci avevano posizionato in un'area di passaggio, lontanissima dai camerini, dove al massimo si poteva mangiare e servirsi dei wc. bisogna ammettere che, fregando i cantanti sulla resistenza fisica, davanti ai bagni siamo riusciti ad intervistare gli emergenti Baustelle e Wogiagia. una posizione tattica in fin dei conti. c'è anche da dire che le grandi star, i cantanti arcinoti e un po' presuntuosetti, hanno di regola un bagno personale e qualche portantino per le vivande prescelte. e intervistare portantini non era esattamente il nostro obiettivo. "accollandoci" (gergo della gggioventù che sta per: attaccandoci come cozze allo scoglio) a due poveri ragazzi, martiri dell'ufficio stampa, io e la mia collega noemi siamo riuscite, con la nostra indomabile faccia di bronzo, a fare la spola tra i camerini e l'area "hospitality" (l'area delle cibarie, per intenderci), e ci è scappato anche di vedere liga cantare aggrappate alle transenne e cantando a squarciagola, con una vista sul palco da fotografia (che non è mancata). una volta giunte nell'area-gotha, nel tempio della musica e dello spettacolo, ci siamo fatte avanti e ci è riuscito di conferire con i negramaro, con edoardo bennato, con andrea rivera, con i modena city ramblers, con walter veltroni (scatenando le ire di giovanni floris, da ballarò con furore, indispettito dal dover fare la fila per intervistare il sindaco e ancor di più perchè davanti a lui si trovavano due ragazze appena maggiorenni, non rispettabili colleghi iscritti all'ordine), con caparezza, con pau dei negrita e con i marlene kuntz. senza menzionare il via vai di volti noti che ci circondavano (ad esempio: silvio muccino, marco marzocca e luca medici direttamente da zelig, e claudio bisio avvistato durante un cambio d'abito...) che ha arricchito il nostro stupore: vedere tante facce conosciute radunate in un luogo così circoscritto, come in una grande famiglia, vi assicuro, è straniante. e poi c'è stata skin, con il suo cappello di paglia. la credevo una gigantessa, una donna imponente, immagine forse suggeritami dalla potenza della sua voce nerissima. è una ragazza mingherlina ed esile, invece, e sfortunatamente era troppo affaccendata nel ripercorrere bei momenti con gli amici marlene kuntz per potersi fermare a parlare con noi. siamo riuscite con fatica a strapparle una foto. e no, non aveva un momento nemmeno per fare un autografo. il clou è stato quando il camerino di ligabue (l'unico a due porte, l'unico arredato con tappeti poltrone e lampade, l'unico straripante di stampelle e collaboratrici) si è magicamente aperto, dopo una snervante attesa che vedeva la porta dischiudersi leggermente e richiudersi l'attimo dopo. eccolo lì, a due metri da noi, l'uomo che ha saputo far innamorare di sè 15 generazioni di ragazzi, con il suo rock un po' accademico ma sempre poliedricamente poetico. ligabue è un filosofo delle emozioni normali. pur vivendo ormai una vita da stella del firmamento. un'affascinante contraddizione. purtroppo le stelle non vedono al di là del cielo dove risiedono, quindi luciano è passato in una silenziosa processione di aiutanti, guardie del corpo e assistenti varie, come in un corteo religioso, come insensibile all'ambiente circostante. in un'aura d'ammirazione che nessun artista aveva creato intorno a sè in quella chiassosa baraonda del retropalco. lo straniamento ha raggiunto il suo picco massimo, per poi riversarsi come un flusso d'energia pura durante l'esibizione precendentemente menzionata. e vi assicuro, urlare contro il cielo, arrampicati sulle transenne, in barba alla security e con la spensieratezza che la musica ti concede, è un atto liberatorio difficilmente eguagliabile a qualcos'altro. e ligabue era lì a far scatenare le oltre 600.000 persone in piazza san giovanni, nella sua vera essenza, oltre quell'immagine alienante di star intoccabile, si esprimeva secondo l'ideale di lui che avevo sempre avuto. chiedendo a tutti noi di godercela sempre. e volentieri. mille di questi primo maggio. |