il giornalismo e i suoi effetti collaterali

martedì, 05 giugno 2007

morbosa

sono sinceramente dispiaciuta di quanto è accaduto.
ho inviato un commento sul sito di un utente del forum di giovanni, uno speaker che avrebbe fatto dei commenti di noi utenti un collage per la realizzazione di una puntata radiofonica su di lui.
beh, il senso del mio lungo intervento voleva essere: guardate in che stato mi ha messa la forza di un uomo che realizza il suo sogno, vivere della propria passione. lo sapete anche voi, sono stata male. ho scritto e sofferto tanto su questo argomento. la conoscenza di giovanni mi ha fatto interrogare la mia anima con domande ciclopiche, mozzafiato. difficili e stressanti. però ne ho tratto degli insegnamenti. intanto mi godo la bellezza della musica, e di questa bellezza faccio una lente di grazia per guardare il mondo intorno a me. e poi ho fiducia. fiducia nel tempo che passa, nelle opportunità, nel fatto che avere un animo sensibile prima o poi ti conduce necessariamente nel luogo in cui devi essere. qualunque esso sia. sarà perfetto. ho razionalizzato che la forza delle passioni è un'energia buona, da lasciar vivere senza preoccuparsi di canalizzarla per farne un mestiere. che il mestiere è un incidente di percorso, l'importante è essere arte, non vivere d'arte.
ebbene, ho scritto questo:
Io anche riporto un pezzetto d’esperienza. Anche se è tardi per farlo. Anche se è difficile.
Mi rendo conto che chi legge i nostri resoconti può scambiarci per un banale mucchio di invasati, di "fan". Signori miei, credetemi, è un errore grossolano. Ma vengo al sodo.
La mia storia con Giovanni Allevi ha un inizio "diesel", a rilento. L’ho visto varie volte in tv, ho poi collegato la persona alla musica. Ma questo è successo (con coscienza) solo in seguito. Dicevo, la tv. Notando anche gli accenni degli altri al ruolo della televisione come artefice della scoperta di Allevi, posso concludere che la scatola malefica ha saputo renderci almeno un servizio positivo nella vita. Tanto positivo che potrei perdonarle tutti i voltastomaco che ci provoca abitualmente.
Comunque, mi "affeziono" a Giovanni durante un’intervista a "Parla con me". Mi era proprio sembrato una persona speciale. Con le sue manie, le sue piccole storie e la sua destrezza artistica. E quell’aura di non so che. Di anima corposa, che poi nel talento riversa tutta la vivace policromia che conserva dentro. Aveva una luce negli occhi.
E’ stato Giovanni-persona a colpirmi d’istinto, e avevo bisogno di conferme delle percezioni di specialità che avevo avuto. Dovevo sapere, se era solo un’idea mia o se avevo trovato un animo affine al mio. Quella luce, quella vivacità. Me l’ero solo immaginata io?
Da allora mi sono documentata. Quasi per caso, senza crederci troppo (e se fosse stato un bluff? Chi avrebbe medicato le mie ferite?). Sono finita sul suo sito. Ho letto degli estratti dal suo diario. Scrittore e musicista, ho pensato. E scrivere è quello che mi fa stare in vita. Quindi ho iniziato a innamorarmene. Una testa pensante e scrivente, luminosa del coraggio di portare su di sé l’incertezza dell’arte. Non poteva essere vero.
Empatia. Assoluta e squassante. Perché in tutto questo io, che continuo sempre ad essere in bilico tra l’essere Scrittrice e darmi credito, e l’essere razionale e pensare a cose "più serie", che ti diano da mangiare, ho vissuto un fortissimo terremoto, dentro, nei miei equilibri. Ho cominciato a pensare che allora era possibile prendere sul serio il proprio senso artistico, anche quando sembra senza speranze. Ed è la storia di Giovanni, che con caparbietà l’ha avuta vinta, su tutti i classicisti e i conservatori della "M"usica. Ho assaggiato qualche nota, e ho avuto ulteriori conferme della verità dei miei presentimenti su di lui. Perché sono pezzi d’anima, le sue esternazioni al piano. Non sono brani musicali.
Ho passato giorni interi chiudendomi su due o tre brani a rotazione, pensando pazzamente e altrettanto pazzamente scrivendo. Piangendo. Pensando. Ridendo. Sperando. Componendo. Giovanni mi aveva posta di fronte a un esigenza profondissima di senso. Nel nitore delle sue note divine c’era la serenità che andavo cercando. Che cercavo nella scrittura. Che cerco nella poesia. Che cerco nel tentativo incessante di rendere le sensazioni e le visioni dentro me il più consonanti possibili con le parole. Sono stata male grazie a Giovanni. La gente non mi riconosceva, avevo perso la bussola, la testa, la ragione. Scrivevo cose come (citazione da Il Quarto Potere):
"sto ripercorrendo le mie scelte, e mi rendo conto sempre più, nella sincerità della musica di giovanni che mi mette davanti alla mia vera essenza, e provoca in me tutti questi scompensi, che in fondo ho scelto il giornalismo per una soluzione di comodo. io non sono e non sarò una giornalista, solo una persona sensibile che ama ragionare. dovrei scrivere, ma è come se avessi le mani mozze. non ho inventiva, solo capacità di analisi. e un po' di orecchio. forse poesia. non si puo' essere poeti per mestiere, e io non mi sento poetessa. e giovanni in tutto questo mi ha aperto gli occhi. anche se di lui in definitiva non so quasi nulla. l'ho guardato suonare, con la passione negli occhi. quella passione che in me è un groviglio incandescente che mi fa stringere i denti in questo momento e tremare, davanti ai miei stati mentali terribilissimi e maniacali. starò impazzendo, mi sono detta. giovanni ha trovato il mezzo attraverso il quale esistere. esprime se stesso e gli altri gliene sono grati. è questo il senso del vivere. e io sento che questo privilegio non lo avrò. mi sento sempre più prossima all'alienazione da me stessa, sento che tutte queste scosse un bel giorno si addormenteranno, smetterò di avere palpiti creativi, che già avevo addormentato per mantenere la lucidità, quando mi lamentavo della morte della mia vena creativa. l'ho ostruita io, per difendermi dal mio essere inconcludente. e giovanni questo l'ha soffiato via, con la delicatezza del suo essersi realizzato in qualcosa, con la forza di un sogno, di un fuoco che ha saputo trasformare in energia con determinazione e costanza, ma seguendo un tracciato preciso che a me invece manca. io non ho la rete del pentagramma a sorreggermi. per questo ho brividi e vampate, perchè in fondo non ho che un po' di parole da spargere in maniera disorganica. e non nel modo in cui dovrei, perchè è proprio il come dovrei metterle a frutto che mi sfugge. ecco perchè mi ha colpita tanto. ecco perchè gli strumentisti mi colpiscono, perchè hanno come esistere, sanno come oggettivare la loro anima. e che la musica sia la trasposizione esterna all'uomo delle sue idee e del suo essere lo dimostra l'abilità di giovanni di immaginare la musica. è così che funziona. lui sa dare forma a tutte quelle insemantizzabili figure che balenano nella mia mente, nelle mie reazioni, nei miei sentimenti. me ne sto qua, sapendo che l'unico essere che potrebbe capirmi ora non mi conosce, e probabilmente mi riterrebbe una mitomane, o una ragazzina innamorata. no no, qua si parla di senso della vita. della mia vita. non posso vergognarmene, vorrei parlare con lui, chiedergli di insegnarmi tutto. insegnarmi come si fa a realizzarsi. come si fa a diventare felici, a oggettivare se stessi in qualcosa e nella forma migliore e più sublime. a come si diventa tutt'uno con l'arte. vorrei che mi insegnasse a suonare, a suonarmi e a leggermi. come lui sa fare con se stesso. è questo il filo rosso invisibile che mi lega a questo illustre e suggestivo sconosciuto, il fatto che di lui conosco l'essenziale, perchè è lo stesso traguardo che sto cercando di tagliare io, zoppicando e senza sapere con quali mezzi. è un fatto di affinità dell'animo. io lo percepisco. e di sicuro a tutti voi che leggete sembrerò fuori di me. mi spiace. se diverrò genio o menade saprete anche questo. ma la paura più grande è quella di anestetizzare il tutto, metterlo a dormire per sempre, per paura di farmene sconvolgere profondamente. così profondamente che lo ascolto, ripenso a tutto questo e tremo, di fronte alla sua maestria, alla sua fortuna, alla mia cosmica incertezza e alla nostra posizione di gemelli di cuore che non si conoscono e non si conosceranno. forse dovrei parlare con lui. chiedere aiuto a chi si è appagato e continua a farlo. cercare di intuire attraverso di lui la mia strada verso l'uscita al di fuori, di quello che provo e non ho la potenza di canalizzare. io sento che potrebbe insegnarmi molto. darmi linfa. ridarmi fiducia. fiducia nel fatto che il mio scrivere non è solo sovrastruttura formale, che invece è la mia via per spremere fuori di me dei contenuti. che magari prima o poi assumeranno sembianze decifrabili. perchè l'ispirazione ha leggi imperscrutabili.
mi interessa conoscere l'uomo che mi ha messa di fronte alle mie somme da tirare, con la sola forza di un paio di brani e del mio fantasticare sul suo modo di eseguire. così profondo. così totale. così panico.
io credo che lui abbia avuto le mie inquietudini. che magari ne viva tutt'ora. perchè il succo della vita e della propria anima ribolle sempre dentro noi sensibili, e la paura che esso evapori senza prender forma è esiziale, mortifera per tutti noi. ci fa sentire l'odore del terrore. ci paralizza. devo incontrarlo. parlargli di tutto questo. forse scrivere assieme a lui. forse sapere di come riesce a creare. a crearsi. ad emergere dal buio delle sensazioni confuse che ci balenano dentro, per trovare una mia via anche io, verso quello stesso risultato.
anime gemelle. io lo sento nel sospiro dell'infinito nei suoi brani. nella sua passione per la filosofia e per kant. nella sua penna. nella sua aria serafica di quando mette mano al pianoforte.
che grande cosa che ho lasciato andare da piccola. almeno avrei la consolazione di ripercorrere i suoi volteggi spirituali attraverso la mia possibilità di rieseguirli. e sentirli anche un po' miei. mentre non mi resta che un ascolto ottuso, e improduttivo. ma tanto perturbante. guardate cosa mi ha fatto sanguinare fuori.
e sembrerò pazza a tutti voi che confidando nella mia stabilità venite e leggete, di tanto in tanto. la verità è che non sono stabile e che non me ne posso vergognare. mi impongo di essere una giornalista, quando non sono che una produttrice di fantasmagorie incommerciabili. che se solo avessi modo di tornare a otto anni, continuerei il mio percorso interrotto per poterle esplicitare in musica, oggi.
forse tutto questo scuotimento esistenziale è buono. forse avrà degli sviluppi. forse no e la cosa mi pietrifica. ma per il momento non posso che tornare al mio misero fluire. tentando di alleviare i miei spasmi scrivendo ancora, cercando di capirmi. tormentandomi e poi cercando di calmarmi. e condividendo tutto quello che ho dentro con questo spazio, con voialtri. visitando il forum per sentirmi idealmente più vicina a quell'illustre creatura sconosciuta e indecifrabile. che con un nonnulla mi ha portato al cospetto di me stessa, a chiedermi cose di me che per la propria sanità mentale è meglio non domandare mai a se stessi. sono stati tre giorni di passione. nel senso di pathos, di patimento. nel senso di odore di sangue, di dolore e di cosmici imposti silenzi. e magari di rinascita con qualcosa di migliore in più.".
E dopo la "crisi" e la ridefinizione di tutti i perimetri della mia mente e della mia vita, sono cresciuta più forte e più consapevole. Di tutto questo mi resta la certezza di essere le mie parole, i miei versi. E di essere musica, di essere specialmente Go with the flow e tutte le sue iridescenti screziature. Io sono quello. Io sono lì. C’è la mia anima, e quella di Giovanni e quella di chi ascolta. Per questo ho scritto (citazione da Il Quarto Potere):
"io credo che tutte le persone che coltivano un loro fuocherello personale, invece di ignorarne i bagliori nella vita quotidiana, abbiano dei punti in comune. pensavo che in fondo noi che non smettiamo mai di autoanalizzarci siamo tutti una stessa pasta, una stessa soluzione. sì, sostanze diverse, sciolte in uno stesso liquido versato in molti bicchieri distinti e di grandezze diverse. ognuno reca nel suo fluido tutte le componenti miscelate e inseparabili. tutti siamo in tutti. questo sembra, a volte. e quei recipienti che hanno una maggiore quantità di una certa spezia odorano più di quella, e hanno infiniti, indefinibili retrogusti, retroaromi, impressioni d'altro. ma veniamo tutti dalla stessa caraffa. io credo sia probabile."
Ho scritto molto, su Giovanni. Articoli e recensioni per farne innamorare tutto il mondo. Deliri e poesie e fiumi di impressioni per me, per capirmi, per perdermi nella seduzione di chi vive secondo passione, pensando che è possibile, anche per me, vivere di luce, con slancio, con entusiasmo. Con quella luce nell’anima che passa dagli occhi agli altri. Sono stata male, sì, tanto da passare periodi evitando volontariamente di ascoltarlo, per non ripiombare al cospetto di tutte le mie domande Assolute. Ma ho guadagnato tanto dal nostro incontro, nel mio modo di intendere la vita, il domani, la mia passione e la mia esigenza di entusiasmo, di vivacità divina. La mia fame di luce. Questa crescita mi ha fatta sentire infinitamente bene. E di questo voglio ringraziare al più presto Giovanni, sperando che l’emozione di incontrarlo non mi faccia dimenticare tutto ciò che ho da dirgli.
Mi scuso per aver abusato della vostra pazienza, ma da brava grafomane non sono in grado di smentirmi nemmeno per la scrittura di un commento.
Mi auguro di avervi resi partecipi della mia storia, e di avervi dato un’idea del senso che Giovanni e ciò che fa significano per me e per tanti come me.
Con affetto,
Francesca.

Da tutto questo è stato tratto qualcosa qua e là, e il senso, per quanto espresso in tono emozionale e convulso, si è perso nei meandri dei giudizi banali e affrettati.
"Sì beh, questo testimonia il rapporto quasi sentimentale, morboso, che il pubblico ha con Giovanni.". Poi, magra consolazione: "E' un ispiratore d'arte".
Morbosa è una parola pesante e offensiva. Ma soprattutto inappropriata.
E' vero, il fraintendimento è il rischio più ovvio, quando si riporta la realtà alla luce delle emozioni personali. Era probabile. Ma la confusione psicologica voleva significare tutt'altro. Voleva significare che la forza dei sogni chiede di essere appagata, ed è un'esigenza. E per quanto volontariamente si cerchi di intorpidirla, basterà imbattersi in chi l'ha resa una potenza per rendersi conto che non serve non ascoltarne il richiamo. Va assecondata, anche se ciò comporta guai e tormenti.
il morbo del talento, che in giovanni ha mietuto una vittima d'eccezione. Ecco di cosa sono morbosa io. Altro che scempiaggini da "fan", e badate che l'avevo anche precisato.
La radiofonia (o più che altro la superficialità) non lascia spazio ai sensi profondi. Sarebbero troppo lunghi da sviscerare. meglio catalogare.
Sentimentali. Affezionati. Fan del forum.
Menomale che tra noi appestati di entusiasmo ci capiamo. Menomale che non è così. Menomale che siamo anime vibranti e non coglionazzi invasati. menomale che non si parlava di una boy band.
postato da frafrettina alle 14:59 | link | commenti