parlavo oggi con paoletta, a lezione. di cose che mi stanno accadendo ultimamente. e certi fatti nemmeno a inventarseli. dovevo nascere personaggio, non scrittrice (aspirante). la vita è un palcoscenico con molte porte, trafficato come una stazione della metropolitana all'ora di punta. gente che passa e va, gente che scompare, gente che viaggia con te, gente che si affaccia e resta un po', magari rimarrà ancora, magari diverrà importante. e gente che si eclissa e poi rispunta fuori. può darsi che sia solo per dire "ciao" con un cenno del capo. può darsi di no. in ogni modo stare seduti in platea deve essere uno spasso. io sono seduta al centro del palco, o in piedi, e non mi posso muovere. la mano alla bretella per reggermi nel vagone, altrimenti cado. gli sguardi di meraviglia e di rapimento di chi osserva (attori, che scendono dal palco come da una scala mobile a nastro continuo, si fermano in prima fila centrale per un po', in posizione frontalediconfronto, come si studia nella Comunicazione Non Verbale) sono lo specchio delle mie vicende. specchi che brillano di emozione e di empatia, specchi che si offuscano di tristezza, specchi che si spezzano in segno di disapprovazione. comunque specchi. comunque riflettenti "io" (citazione del buon Italo).
tutto questo per dire che è tutto molto strano e teatrale. certi snodi narrativi del quotidiano indicano l'assoluta maestria del destino con le trame. davvero, che uno inizi un certo libro (nero) dalla fine e ci si ritrovi dentro, dopo anni, è un colpo di scena da fuoriclasse. in un altro contesto temporale, e se tutto questo avesse riguardato una persona-che-è-solo-persona, e non vive come me da personaggio, sarebbe stato catastrofico. ma qui i personaggi affrontano la decisione dell'autore empirico cooperando nel sovvertire l'isotopia canonica: innovazione pure nella vita. le passeggiate inferenziali di certi attori fregano pure il più grande dei romanzieri. il Programma Narrativo si rinnova sempre. tutto si affronta come topos letterario. e di suggestioni, caspita, questo ne porta a bizzeffe. ci pensavo in navetta, guardando la pioggia di fuori. disturbi di concentrazione e di serenità. quei lievi strisciamenti (che alla fine il materiale letterario è la tua vita) di porte sul retro e di invenzioni e di congetture. invenzione di dubbi-per-lo-scrivere e di quei turbamenti classici del pre-sessione d'esami, che quando devi solo aprire i libri ti rapiscono e ti portano verso il tuo, in cordate scrittorie che poi si autoincendiano e ti lasciano lì a guardare le scintille (loro, e del tuo equilibrio. in sessione mi viene sempre una voglia smodata di scrivere. mi assalgono tutti i dubbi più cosmici e squassanti. bellissimi. terribili. che fanno perdere tempo e razionalità). un magone infinito e la verità della musica. e poi il ritorno all'essere dispersi nel mondo tra lo smog e l'acqua nera dal cielo, a farti capire quanto sei di mente fervida e di anima fotosensibile (a tutti i colori dello spettro). e di quanti problemi, retroproblemi, ultraproblemi e sottoproblemi sai essere artefice e generatrice. concreti e di pensiero. ma specialmente gli ultimi. per poi farteli scorrere addosso come fossero pioggia.