il giornalismo e i suoi effetti collaterali

giovedì, 21 febbraio 2008

John, once more and thoughtfully

è così difficile parlare di John Lennon, tanto la sua figura è stata banalizzata, rivisitata, reinterpretata, commercializzata. è uno dei risvolti negativi dell'essere grandi comunicatori.
mi è capitato di vedere, stasera, Usa contro Lennon, il documentario che parla dell'attivismo politico di Lennon e delle persecuzioni alle quali è stato sottoposto dall'estabilishment nixoniano, per aver portato avanti le sue idee senza il minimo ripensamento.
è questo che di lui sconvolge: la faccia tosta, l'irriverenza strafottente e certa. l'over confidence, fino alla polemica, all'antipatia. anche quando avrebbe davvero rischiato grosso, rischiato la vita per le sue bravate da capellone (che tutto erano, tranne questo). non era uno facile.
c'è una concretezza nel suo sguardo, quando lo si sente parlare con i giornalisti, c'è una puntualità nelle cose che dice e in come le dice che denota fortissimamente la presenza a se stesso che aveva, la presenza delle sue convinzioni in ogni suo gesto, direttamente collegate alla voce. il cervello collegato alla bocca. penso fosse un più generale approccio alle cose, anche ai sentimenti, perchè quella stessa concretezza la si ritrova in tutti i suoi gesti con la Ono (esemplare, e splendido, l'ultimo pezzo del video di Imagine). addirittura in tempi non sospetti, da Beatle, era ribelle e straight forward nel dire la sua, una sua che non era mai politicamente corretta, o diplomatica.
era un fanatico, un entusiasta. e l'eredità che si è lasciato alle spalle, e tutto quello che ha scatenato in vita con tutti i mezzi, come ha potuto, obbligano a pensare. a pensare a cosa direbbe oggi se fosse vivo, di tante cose che accadono. a pensare a quante altre canzoni avrebbe scritto, e su cosa. a come sarebbe cambiato, se fosse cambiato. ma queste sono cose sciocche. alla fine del film ero un po' frastornata. il messaggio di John è rimasto, diceva la Ono. Ed è vero, era nato come cantante popolare, valido in sé in quanto belloccio, alla moda e con il giusto swing. Poi è diventato icona ideologica, ha acquisito (si è riappropriato, o forse ha potuto esprimerlo solo dopo la fase Beatle) valore per quello che ha fatto, per quello che ha detto. Non per l'essere, ma per il fare. Egotico, senza dubbio, come ogni artista. Ma votato al resto del mondo. Eterodiretto.
Una potenza.
Noi siamo tanti pazzi soli ed egocentrici, che passano la loro vita a pensare a cosa serve loro per stare bene, a quali traguardi tagliare per avere una buona esistenza, a quali necessità soddisfare. necessità che durano solo il tempo della soddisfazione per poi non avere più peso, bisogni effimeri, perchè non sono bisogni di senso, bisogni generali, direzioni. sono solo "cose", oggetti, reali o sociali, più o meno astratti, più o meno concreti. un'auto sportiva o una casa al mare come l'amore della vita o la felicità o il trovare sè stessi. dopo il confronto con personalità-messaggio, delle quali Lennon è sicuramente la più Pop (ma non la meno incisiva, se la si guarda con occhi privi di pregiudizio moderno verso i prodotti storici dello showbiz), tutte queste cose mi sembrano rispettabili puttanate. anche le mie.
pensare alle esperienze che arricchiscono, cercare di spendere il tempo al meglio, cercare di crescere interiormente, per noi stessi, come individui, fare progetti per sé stessi. anche questo mi sembra sterile, perchè intrinsecamente collegato al Sé, quindi condannato a morire con noi.
Non dico che si debba essere tutti John Lennon, o Gandhi o Luther King o chi per loro. Dico solo che bisognerebbe darsi delle reali motivazioni, valide al di fuori di noi. fare un briciolo di qualcosa di buono, non passare nel mondo con infinite ricchezze interiori senza ritradurle a beneficio di chi c'è con noi, per poi morirci insieme e aver vanificato tutto. non lo so, pensare un po' a chi resta, un po' a chi è accanto e non si vede. non si tratta nemmeno di volontariato. abbiamo un po' perso la bussola, però.
vogliamo solo cose che otteniamo attraverso il sistema sociale, sbagliato per tanti versi, per avere il meglio per noi, e al massimo, se abbiamo figli, per i nostri figli. il mondo però va oltre un nucleo di 3 o 4 o N persone legate da vincoli parentali, perchè è questa la massima estensione di mondo che consideriamo, specialmente da adulti. quanti hanno la mia età, magari, avranno ancora gli occhi pieni di visi amici e di bei ricordi, e quindi calcoleranno una cerchia un po' più estesa, ma sempre ben perimetrata. bah non lo so. ora mi sembra come se fosse estremamente limitante, e non perchè non basti, ma perchè sia ingiusto. non saremo mai toccati dai mali dell'africa, a meno che non ce ne interessiamo, per esempio. eppure ci continueremo a definire persone buone, interiormente ricche, magari benefattori con il nostro prossimo davvero prossimo. lo saremo, certamente. ma avendo operato una precisa riduzione sulla big picture complessiva.
e no, ripeto, non dobbiamo tutti essere John Lennon. E, fra le persone che conosco, io sono la persona più legata di tutte al mio mondo interiore e all'arricchimento di quello. Non sto invitando tutti al buonismo, a risolvere i problemi dell'umanità. Però John and Yoko per fermare una guerra hanno giustamente osservato che la cosa più funzionale sarebbe stata restare tutti quanti a letto: è vero. ogni individuo a letto fa nessun individuo fuori dal letto quindi nessun individuo che combatte con altri individui. e nella loro follia avevano centrato il problema: gli individui, il loro continuare a cercare di strappare all'ordine sociale quel che di buono è ricavabile per loro senza preoccuparsi di ricorreggere il quadro generale, sporcato dalla sommatoria per i che va da 1 a tutti gli individui di tutti i comportamenti egoistici, i più piccoli. tutti invisibili e impercettibili da una prospettiva ravvicinata, disastrosi on the big picture.
prendevo l'esempio di me. tutto il tempo a pensare che lo scopo ultimo sia scrivere qualcosa che sia degno di essere scritto e letto, tutto il tempo a pensare il giornalismo come un lavoro. non si scrive che per dire cose, il mestiere di scrivere è una stortura. il giornalista scrive per mangiare, non per dire cose. anzi non sempre ha cose da dire sul tema del quale scrive, spesso cerca di inventarsi un'opinione all'altezza del compito, ma non aggiunge nulla al dibattito: deve dibattere per lavoro, per mangiare.
questa è quella che chiamo una stortura. e non ho ancora deciso come affrontarla, cosa fare, cosa fare io. in relazione a tutto questo.
io esagero, direte. io mi faccio prendere e mi ubriaco delle cose alla prima ventata di contenuto che ne percepisco. ma di Lennon si parla ancora, e io ne sto parlando con tutti i migliori intenti possibili, niente t-shirts e coretti, sto parlando di idee e di direzioni. è un esempio ammirevole e un uomo coraggioso.
e mi spiace che sia così pop da non poter esprimere, senza passare per ammiratrice da quattro soldi, il senso di mancanza che provo. un po' perchè un John Lennon servirebbe anche ora, qui. un po' perchè è talmente forte, in quello che dice e in come lo dice, che è come se lo sentissi vicino. tutta quella gente che lo ha pianto, come fosse un congiunto. mi dà l'idea che lui fosse un congiunto di tutti, in quanto si era interessato ai tutti, era eterodiretto, come già scritto. è un po' patrimonio di tutti, scrivevo ieri. al di là di tutte le romanzesche coincidenze, e l'arte a suo nome. io parlo della persona pubblivata (sì, è una parola brutta ma rende il concetto di unione tra le due sfere, indissolubili. e poi esiste) e politica, ideologica.
ma perchè Yoko Ono non si fa portatrice delle sue istanze anche oggi che lui non c'è?
John Lennon potrebbe fare ancora molto per la gente, e lei meglio di chiunque altro potrebbe farsene portavoce. Spero di averne tratto qualcosa da riproporre agli altri, nel mio piccolo. as an individual.
e spero che voi riusciate a leggere queste parole nel loro vero significato. che come dice giustamente Pennac: "Nella vita non sono i segni che mancano, quello che manca è il codice!".

e in definitiva mi fa rabbia pensare che John aveva ragione, e che io ci sono dentro con tutte le scarpe: "La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti.". Già. Parole sante.
postato da frafrettina alle 01:49 | link | commenti (1)