il giornalismo e i suoi effetti collaterali

martedì, 30 agosto 2005

brutte giornate

ieri è morto mio zio.
la morte mi fa sempre uno strano effetto. prima è come se non fosse successa affatto. poi comincio ad innervosirmi, perchè vedo tutti impanicarsi. poi quando posso allentare un attimo la presa, dopo aver dimostrato agli altri che in circostanze critiche mi mantengo lucida, forte, di riferimento, allora magari piango, mi dispiaccio.
oltre che per il fatto che mio zio se ne sia andato per colpa dell'incapacità di un medico, quindi per una morte ingiusta a mio avviso, mi dispiace soprattutto per due motivi.
primo, il fatto che da molto non lo vedevo più.
secondo, il fatto che mi rispecchio perfettamente nella posizione di zia, che è rimasta sola.
capiamoci. mi rivedo in lei tra una settantina d'anni: se mai rimarrò sola, come farò a riprendermi? è come un preludio perfido e subdolo alla propia morte. è la morte della vita a cui tenevi, è la morte della parte di te che amavi anche tu, perchè c'era lui a viverla con te.
io la capisco, vivere tutta la vita con la persona che ami, vivere per lui, vivere di lui, invecchiare insieme. e poi ritrovarsi davanti al niente, alla confusione, come se tutta la tua vita precedente e bella fosse stata solo un episodio un po' più lungo di una vita ancora più grande. come se tutto d'un tratto svanisse nel vuoto, fagocitato, cancellato, inesistente smaterializzato.
ieri piangevo per questo, mentre respiravo abbracciata a marco, e il suo profumo di buono mi entrava nell'anima, scatenandomi unitamente a questi pensieri le lacrime.
"che c'è? che c'è?"...me lo chiedeva...
ma non volevo pesare su di lui con queste turbe macabre e tristi, e anche, soprattutto, premature. sì ma quando poi ti ci trovi di fronte come ieri sono cose inevitabili.
e allora mi chiedevo se sarebbe meglio/peggio morire per primi (con la certezza di lasciare l'altro nella disperazione più cieca) o veder morire chi ami, per qualsivoglia motivo.
e pensavo che la vita è una cosa cattiva e meschina, e cinica, e brutta e illusoria: dimmi che vita resta a una persona che ha vissuto in funzione di un altro che gli viene sottratto, dimmi che vita è una vita che ti toglie quel che hai di più caro.
dimmi cosa significa aver vissuto respirando lui e poi non avere più, magari negli anni grigi della vecchiaia, il conforto di sentire la sua voce, guardarlo negli occhi, sentire il suo profumo, l'odore particolare e irripetibile del suo respiro, la consistenza del suo abbraccio caldo e vibrante. perdere tutto quello che di concreto hai avuto e rimanere come una bestia impazzita in pasto a fantasie e ricordi. dolcissimi, quanto logoranti.
io non voglio perdere quello che ho. la paura di questo mi paralizza, mi annichilisce.
e poi non avrò nessuno che mi stringa come sa fare lui, quando piangerò per questo. non avrò nessuno che mi solleverà e curerà il male della mia anima.
sarò di nuovo sola. con la differenza che dopo aver vissuto una vita insieme, tornare allo stadio iniziale di solitudine, di ignoranza nei confronti dell'amore, non è possibile. si soffre, mille volte tanto. e tutto questo, per quanto tetro possa sembrare a chi legge, lo scrivo per amore. perchè lo amo davvero. e lo voglio con me per sempre.

il sempre terreno è sempre troppo poco. per questo la vita è una cosa tanto misera.

postato da frafrettina alle 13:04 | link | commenti (6)