mi trovo dentro una parentesi. dentro una rassicurante quanto effimera tonda separazione tra la mia vita ora e il testo integrale della mia vita di sempre. che sta per prendere una nuova piega. precipito in direzione di un nuovo capoverso.
( voi siete qui )
forse il capoverso è già iniziato e non me ne rendo conto.
ho finito di lavorare e sono contenta. ho guadagnato qualche spicciolo, ho faticato, mi sono divertita con le persone simpatiche che ho conosciuto e che spero di continuare a vedere. e poi, forse, sono riuscita a dare un piccolo scossone alla roccia granitica che mi sta accanto. ora sorride un po' di più.
con i miei amici tutto bene, grazie. li vedo la sera, quando mi va, tutti i soliti tranne una, nicoletta, che è partita per milano per studiare lì. un primo, piccolo segnale della radicalità delle perturbazioni in atto.
in famiglia, si vivicchia. una mia parente anziana, una prozia che tutti chiamiamo zia, sta morendo. più che la morte in sè a sconvolgermi è l'atteggiamento degli altri parenti vicini e lontani a questa povera donna. un continuo balletto di sciacalli intorno al letto della malata. una macabra danza in cerca di briciole succulente. un vero schifo. menomale che almeno zia, che vive la fase cosiddetta "crepuscolare" della coscienza, vede e parla con persone salite al cielo da almeno trent'anni, e non riconosce nessuno intorno a lei. spero che sia serena. e spero che suo marito, mio zio, che l'ha preceduta un annetto fa, la protegga da tutto e la riabbracci forte quando si incontreranno di nuovo.
era prevedibile che due persone tanto attaccate non potessero vivere distanti per lungo tempo. forse per lei, che ormai viveva tra un catetere e una nuova badante ladruncola, sono quasi sollevata.
la scuola...ci sono tornata ieri in "visita di cortesia". ho parlato con qualche professore. la valchera è stata mitica come suo solito. sempre bellissima, sempre motivata anche se, come sempre, lamentosa. la scuola fa schifo, gli alunni pure. l'italia non ne parliamo. ma più si lamenta, dall'alto del suo divismo snob, e più si motiva a spiegare, coinvolgere, insegnare. mi manca molto andare a scuola. tutti i professori che non vedevo l'ora di lasciarmi alle spalle vorrei tanto ascoltarli di nuovo. perchè era creativo e affascinante accendere il cervello in loro compagnia, e non vorrei che la fase creativa del mio ingegno e della mia personalità, con la (prossima) vita adulta si estinguesse. voglio continuare ad innamorarmi di testi, autori, opere d'arte, concezioni di pensiero. voglio continuare a immaginare epoche, contesti, situazioni e personaggi. voglio continuare a impugnare la penna e scrivere versi. baloccarmi con la sensualità delle parole ben accostate. voglio una mente fervida. e ho paura di non avere più uno spazio vitale e motivazioni sufficienti per nutrirla. [e qui passiamo al nodo cruciale]
...e insomma, meno 2 al ritorno sui banchi. aspettative? non lo so. paure? no, nemmeno. noia, disturbo. quello sì e tanto. perchè so di chiudermi in una prigione d'oro fatta di grafici e numeri. e mi fanno vomitare. e addio versi e prose che inchiodano cuore e cervello. e addio pensiero. e addio arte.
dove troverò la possibilità di restare me stessa?
questa l'unica preoccupazione effettiva. e poi quella di dover avere a che fare con persone che:
a- non hanno mai vissuto la grande città, quindi vengono a lezione vestite come andassero a un matrimonio ogni mattina. non potrei mai abbattere un tale muro: ciò vuol dire assenza totale di comunicazione.
b- vengono vestite ogni mattina come andassero a un matrimonio perchè hanno la smart (se sono povere) e sono le fighettine del papà.
sì insomma, che umanità triste.
elettrizzata? no non direi. ma purtroppo (o per fortuna) per me, molto determinata ad arrivare.
ma dove, poi?
chissà che la costanza non paghi...
[stavo ripensando ai miei vaneggiamenti di progetti editoriali strampalati. se scriverò un romanzo, dato che non saprei concluderlo, esso sarà costituito solo da inizi troncati a metà. una serie di inizi, sì. perchè sono quelli che ci interessano, quelli che ci spingono a proseguire. e se una prosecuzione è assente, viva la dottrina dell'eterno ritorno dell'uguale. l'attimo vale in se, per ciò che è, non in relazione al suo prima o al suo dopo. ogni attimo è un piccolo cerchio infinito, ogni attimo è una goccia, una cellula completa in se stessa. non una striscia, una riga, un filamento. l'attimo non è tessuto connettivo. l'attimo è la vita tutta e completa. una specie di ovulo.
e poi sono gli inizi che ci caricano di adrenalina (non ora e non per me, ma in genere lo è sempre stato), gli inizi che ci fanno dire "la mia vita è bella, vale proprio la pena d'essere vissuta/raccontata", e poi degli epiloghi chissene frega, e soprattutto: come si fa a separarsi da una vita, da una situazione, da un'episodio di essa che si ama tanto? già lo avevo scritto tempo addietro, quello che penso sulle conclusioni (andatelo a ripescare perchè di certo lo avevo scritto in maniera più chiara). e lo ribadisco, non servono. sono utili solo a far cessare gli slanci, ad azzerare ciò che ci piace, non ci liberano, anzi, ci costringono ad essere liberi. è ben diverso. ogni fine è un inizio è in parte una consolante bugia. si possono iniziare insieme molte cose, e non abbandonarle mai. mentre una fine è una fine, è irrevocabile, inappellabile. tristemente permanente. una piccola morte.
io sono per i parti plurigemellari].