il giornalismo e i suoi effetti collaterali

venerdì, 13 ottobre 2006

Conflittuale

ci sono momenti in cui avrei bisogno di un'amica vera. una sorella magari. non perchè io non ne abbia, di amiche e di sorelle, ma le prime fanno tutte parte dello stesso tessuto sociale, quindi raccontare a una significa far sapere a tutti (e questo mi rende diffidente) e la seconda è più piccola di me, e in piena tempesta adolescenziale. non sarebbe credibile ai miei stessi occhi se io le parlassi di cose che anche dialogando con me stessa non riesco a confessarmi sinceramente. per questo finisce che torno sempre qui, ogni volta che sento affiorare qualcosa dal pelo dell'acqua e non so rendermi conto se questo sia un chicco di grandine o la punta di un iceberg massiccio. poi penso: anche questo spazio è conosciuto agli altri. forse anche qui dovrei mantenere il distacco, non sfogarmi. criptare quello che sento. poi realizzo che non cripto i miei messaggi per paura che altri li scovino, ma per paura di darmi ragione da vendere rileggendoli. e chissà se farei bene a concordare con la versione sbottonata di me, o se prenderei un abbaglio.
ok, non è chiaro quello che sto dicendo. non lo è per me, non può esserlo a parole.
è solo che a volte mi sento qualcosa smuoversi vorticosamente, alla bocca dello stomaco. un senso di vuoto (no, simpatici. non è fame). un vuoto che mi trascina e mi costringe a ricalcolare tutto ciò che faccio e a cercare un senso alle cose che faccio senza motivi apparenti. ha detto bene andrea: sono lunatica.
eppure non lo sono per un vezzo, per superficialità. lo sono perchè in quello che faccio voglio crederci del tutto, e ci metto tutte le forze che ho. per questo quando poi mi guardo indietro è sento qualcosa cambiare, anche contro la mia volontà, ecco che crolla il castello: qualcosa nella mia vita improvvisamente non ha più ragioni, tranne la mia affezione ad essa.
inutile girarci ancora intorno. non posso prendermi in giro. qualcosa insieme a marco sta cambiando. e non va bene. e nonostante questo non sono al punto di stravolgere la mia vita: non voglio che accada. marco è la persona con cui, dal punto di vista umano, mi intendo meglio al mondo. è vero siamo diversi, su tante cose quasi non sappiamo dialogare, abbiamo tante opinioni divergenti. e tanti dei suoi atteggiamenti non li sopporto, come lui non ne sopporta dei miei. però gli voglio bene da morire e sono legata a lui per sempre, comunque. e odierei saperlo con qualcun altra. eppure non so se questa specie di noia che ci sta piombando addosso sia sintomo di qualcosa che va modificato o solo fatto evaporare col tempo. non so. non so. non so se mi farei distrarre da qualcun altro, che magari mi riportasse all'euforia di quando io e marco ci siamo piaciuti davvero. mi manca quella sensazione. ma non potrei rinunciare alla solidità di quello che ho. perchè non ritroverò mai un altro lui. e non ho voglia di perderlo. o di fargli del male.
conflittuale, dicevo. sì, perchè mi guardo nello specchio e mi vedo vittima e disonesta, incapace di scuotere noi due e svogliata allo stesso tempo. stronza e poveraccia in un solo riflesso. e un attimo mi piaccio e dopo mi disprezzo. e non mi sta bene perchè non me lo merito.
oltretutto, con questa nuova realtà in cui vivo, sto rientrando in contatto con quella dimensione di conoscenze, di battute, di saluti, di persone, che al liceo avevo accantonato per prepararmi all'esame. prima di stare con marco ero un animale sociale: avevo decine di conoscenze, dovunque andavo avevo persone da salutare, con cui dire quattro scemenze, avevo mille rapporti sociali in ballo (anche se superficiali, certo) con tante persone diverse. e questo ti apre mille prospettive sull'essere umano quante sono le persone che incontri. infatti ero incerta sul passo da fare: rinunciare a tutta la mia autonomia, a tutto il mio potenziale di euforia e di leggerezza, di spontaneità, per ingessarmi in un rapporto totalizzante? ho esitato. poi mi sono convinta e ho fatto bene, perchè marco è imprescindibile nella mia vita. e sono stata gioiosa del cambiamento. ora che quasi mi divido tra la me "svincolata" e la me "vincolata", tra quella che ero prima e che sto parzialmente tornando ad essere, e quello che sono da quasi due anni, riaffiorano i dubbi che avevo avuto all'inizio, non più supportati dall'incentivo "innamoramento", che è una fase dell'amore, la più fluttuante e romantica ma pure la più effimera. è lacerante quando ti accorgi che l'idillio lascia il posto allo scontro dei temperamenti, alla frizione degli spigoli. e lo senti lontano, un alieno. e comunque così irrinunciabile.
e nel frattempo la mia nuova realtà mi affascina, e si riempie di soggetti affascinanti, di persone da scoprire, di rapporti e di occasioni, di carpe diem che per lui diventa "fai tutto quello che ti si dice". è che io mi ci voglio immergere, in questa vita nova. non mi va di restarne ai margini, anche se da fuori può sembrare sciocco. non mi va di perdere treni (anche futili, ma irripetibili).
e quindi spunta fuori l'annosa questione: scuotere le spalle o provocare un'apocalisse interiore? e con quali esiti? e per quali ragioni e in che misura, se effettivamente io non voglio rinunciare a marco?
in sostanza: sto tappandomi gli occhi e rintanandomi tra le mie colonne portanti (vacillanti) o sto maturando e mi sto facendo dei problemi inutili? [anche perchè per fortuna marco sta crescendo anche lui. sta migliorandosi. tanto che se fosse stato così maturo quando eravamo agli inizi sarebbe stato tutto più idilliaco e più semplice...]
sto agendo bene o male? sto segregandomi senza motivo in una vita sterile (come sosterrebbe mia madre...anche lei troppo di parte in questa diatriba, cosa che mi fa sentire ancora più sola con i miei interrogativi...)? sto rischiando di mandare a puttane l'unico rapporto fondamentale che ho instaurato con un altro essere umano?
che cazzo sto facendo?
postato da frafrettina alle 21:18 | link | commenti